Parole
Parole è una sorta di quintessenza dello spirito poetico. Si sviluppa seguendo una direzione casuale e caotica. S’accresce dei commenti di chiunque sia in grado di farli. S’affida alla laboriosità di scrittori e lettori per non morire lentamente tra atroci sofferenze.
Hesterno, Licini, die otiosi / Multum lusimus in meis tabellis
Faites-les-taire. Ils m’ennuient


Oggi, per il funerale del mio amico gesù, svegliandomi con le budella contorte mi son guardato allo specchio è ho pensato che sì, questa cosa del “sembra tu abbia qualcosa da nasconderci” pur che fosse una cazzata lasciata a macerare giù da quelle parti, aveva ormai raggiunto il piloro, sommo guardiano del senso buono; perciò ho deciso di radermi, dando così sontuoso risalto alle violacee lunette che sottolineano da quasi sempre gli occhi. Ho anche deciso che avrei mangiato leggero, estivo quasi, pur sapendo che il sole proprio non c’era, e che era giusto una scusa bella e buona. Non credevo che salutare una barbona alla fermata del bus, una che mi scrocca ogni giorno monete e sigarette riempiendo spesso i miei vuoti cinque minuti d’attesa con una capacità strabiliante di dire niente – attenzione, il punto non è che non dica nulla, questa donna mi pare riesca davvero a dire il niente! – con cadenza ammaliante, potesse essere un segno di volgare indifferenza; evidentemente il suo cappotto albicocca con pelo d’istrice al posto del collo avrebbe dovuto allertarmi circa un suo effettivo bisogno di attenzione spassionata, e per questa volta i soldi se li è beccati un pakistano. La pizza al trancio mi piace, specie se è bassetta e non molliccia, mentre i sandali quelli proprio no, non riesco a pensarci senza vedere dell’ omosessualità latente; sembra una perversione, ma credeteci, ieri ho passato la serata a spiegare ad un peruviano che secondo me gesù coi froci problemi non ne aveva, ma più probabilmente gli stavano sul cazzo i sapientoni sudamericani che adesso tanto bene gli portano, e che la bestemmia è probabilmente l’ultima istituzione d’una democraticissima purezza rimasta in dono agli italiani, ci lascino almeno quella; intanto io continuo a tenermi la mia puzza di piede sudaticcio, anche perché il polpaccio gialloviolaceo coi sandali non si abbina per nulla. E poi lo so che non parlo molto, ma non perché non mi piaccia: è che davvero non mi serve, non riesco a sviscerare e gironzolare che sulle vostre di cose, mentre le mie se ne restano sempre lì, appigliate al piloro. Quando vedi un’anatra che s’affanna vicino ad uno scarico per mangiare chissà quale schifezza di colore e forma improbabile, allora sì che puoi ringraziare di avere un bel bradipo.
Non è che Marco non riesce a dormire perché sente l’agitazione montargli dentro. È piuttosto una strana piattezza incolore che lo costringe a tenere gli occhi spalancati, fissando il buio. Eppure lui lo sa – ne è certo – che avrebbe tutti i motivi di questo mondo per percepire il rantolo dell’ansia snodarsi tra i polmoni e lo stomaco. Glielo hanno chiesto tutti negli ultimi giorni, Come va?, Sei agitato?, Ti senti pronto? Marco accende la luce. Un antico assioma di famiglia tramandato di generazione in generazione dice che quando non si riesce a dormire è inutile continuare a provarci, rigirarsi incessantemente nel letto sfibrando la stoffa ruvida delle lenzuola. È stata sua nonna la prima a renderlo partecipe di questo segreto, dettato dal sano buon senso, quel sentimento che soltanto le famiglie che furono contadine e mezzadre riescono ancora a costudire. È inutile restare nel letto, bisogna alzarsi, impegnarsi in qualche attività – poco importa se futile e banale –, l’importante è uscire dal letto e muovere i muscoli. La luce giallastra rimbalza tra i quattro muri angusti del monolocale. La stanza è completamente spoglia, non c’è nulla appeso alle pareti, non ci sono mobili che interrompono il susseguirsi geometrico delle assi del parquet. Marco va in bagno e si siede sul water. Piscia e poi cerca di cagare, ma sa che deve prepararsi ad una lunga attesa, in modo da risvegliare il turbinio dello scarico. Avesse almeno una rivista da sfogliare.
Mentre camminiamo insieme per le strade, i parcheggi e questi stanchi viali d’alberi che crescono con irresponsabile precisione intorno al nostro passaggio affamato, non provo nemmeno per un istante il desiderio di guardarti; e siamo vecchi, e la solitudine e la malinconia del nostro avanzare fianco a fianco rimbalzano come ombre in questo buio tra le gambe dei balconi che penzolano nel vuoto. Ringhiere riflesse e allungate ingarbugliano i nostri passi, e mentre tu giochi a sfuggirgli muovendo con eleganza i tuoi piedi esili e lunghi, penso a quel che sacrificheremmo pur di non sentire il rumore di quei passi e del nostro ansimare, a come vorremmo imboccare alla prossima svolta due percorsi diversi, imprecando pietosamente l’uno verso l’altro. La mia testa è pesante e zuppe le spalle, e penso al tuo collo bianco e fine, tendendo il filo d’assenza che ancora ci unisce e ci fa girar la testa e noi pure giriamo con lei. Passiamo la locanda di BeppeU’Cugghiune che cambia nome e colori alla sua triste insegna un paio di volte al mese, e penso a quando mi hanno spiegato che poi, in realtà, lui tanto fesso non è, e sconta solamente un tondo gonfiore di quand’era bambino; ormai se lo porta addosso con disinvoltura questa essenza di testicolo ambulante, ed in mezzo a queste vie vuote che si diramano tra finestre di tende abbassate e tram spopolati in cui nemmeno conduttore e controllore si fanno compagnia, sento come se avessi dimenticato le mani e anche i miei piedi, come quando il sonno me li ruba e nasconde, lasciandomi solo della nostalgia a nulla legata perché poco in me. In tutto questo, quella piccola storia non posso raccontartela; apro la porta che ormai è mattina.
Alla Snai Enrico scommette solo su partite singole. Cerca i risultati con la quota più alta sul tabellone e ne sceglie un paio che, secondo lui, hanno qualche remota possibilità di realizzarsi. Ogni tanto punta pure su un cavallo, ma lo fa senza convinzione, soltanto perché quando era al liceo leggeva Bukowski e anche perché i trenta schermi ammassati l’uno sopra l’altro nella sala della Snai trasmettono ininterrottamente cavalli al trotto. La Snai del quartiere è in via Dalmazia che si chiama via, ma in realtà è un vicolo perché ci puoi arrivare solamente girando a destra dopo la pizzeria Bella Napoli ed è una Snai identica a tutte le altre. Il signor Fiorentini non accompagna mai Enrico a scommettere. Dice che il suo dottore glielo ha vietato, perché non può rischiare di avere emozioni forti e improvvise – per via del cuore che ormai è quello che è –, dice, e anche perché dentro quel posto la gente se ne fotte dei divieti e tutti fumano in sala come fosse dieci anni fa e a me manca un polmone, me ne è rimasto solo uno e me lo tengo ben stretto. Enrico invece crede che sia per via degli immigrati che il vecchio non ci mette mai piede. Alla Snai del quartiere c’è una colonia fissa di cinque clandestini e quattro barboni, magrebini per lo più, ma quando arriva il freddo e la pioggia il gruppo triplica e riescono a raggiungere tranquillamente la ventina. A dire il vero ci sono anche molti barboni italiani là in mezzo, ma questo il Fiorentini non lo sapeva, perché Enrico non gliel’ha mai detto. A lui piace starsene da solo alla Snai e fissare il mutare delle quote sugli schermi neri.
La rassegnazione è un sentimento mediocre, ma piuttosto interessante; un grosso sacco di farina, di quelli di tessuto lucente d’ un bianco robusto, viene appoggiato in un angolo, abbandonato nell’ attesa di un nuovo futuro interesse. Lì, rigonfio di semplice disponibilità, osserva l’ammassarsi indistinto che viene a circondarlo, e tende al massimo le proprie fibre pur di conservare una discreta autonomia. E poi succede che, per sfortuna o perfidia, il suo equilibrio venga disturbato; un piccolo foro si insinua tra le cuciture che ricamano lo spigolo basso, ed un lieve silenzioso ruscelletto polveroso comincia a scorrere lentamente verso il pavimento. Il sacco, dapprima incosciente, inizia ora con molle lentezza a sgonfiarsi, accartocciandosi su sé stesso senza provocare il minimo fruscio. Li avesse, i suoi occhi sarebbero vuoti ma consapevoli, le braccia distese lungo i fianchi con fermezza. Di labbra non potrebbe certo volerne, non ha bisogno né di parlare né di sorridere. Mentre si racchiude in un ultimo disperato abbraccio, dimentica del tiepido sole che filtra dalla finestra aperta sulla parete opposta, che certo non può asciugare l’acqua che gonfia le tavole, creando una putrida poltiglia grigiastra. Stupido uomo: il sacco è da gettare, la farina marcescente.
Buio pesto, ovvio è presto, anzi no ho gli occhi chiusi.
Tabula rasa, è così che tutto è cominciato: aprire gli occhi e doversi domandare prima dove si è: ma dove caz20 sono? e poi, solo dopo un pò di angosciante silenzio spaesante, ma chi sono?
Domande elementari, cosa sono? la bypasso, quello era un esercizio mattutino quando avevo 17 anni, sono abbastanza umano.
Abbastanza perchè parlo ma ho una mano sola; come se una mucca fosse una mucca se avesse una gamba in meno, mai viste comunque, e si chiamasse uzoccolo.
Sono un umano senza una mano, al buio e senza precise memorie o coscienza di se, il cui cervello da solo trasforma il silenzio in ricordi sbiaditi di diciasettenne e di mucche tutte rigorosamente con 4 zoccoli.
Senza memoria ma con ricordi affioranti, sono un controsenso. I pensieri si susseguono senza fatica ma solo alcuni vengono registrati, già non mi ricordo cosa facevo a 17 anni, ma mi ricordo di averli avuti, come se fosse ieri, ma probabilmente è solo perchè non ho nessun ricordo tra quel tempo ed ora.
Potrei guardare orologio e calendario ma non cambierebbe alcunchè, uno smemorato è senza tempo, può essere di qualsiasi secolo indifferentemente.
La mia mente vergine e la mia fervida immaginazione non mi impedirebbero certo di credere di aver viaggiato nel tempo, che ora è?ora come ora è ininfluente.
Irrilevante, come il fatto di non avere una mano, se almeno avessi un tatuaggio col mio nome, sarebbe tutta un’altra cosa, quello si che è geniale.
Ma poi che succederebbe se fosse il nome che so, della mia fidanzata? quanti problemi ne subirebbe la mia ancora intonsa sessualità? potrebbe anche essere il nome di mio padre morto con cui avevo un rapporto conflittuale… cercherei di suicidarmi per non emularlo senza nemmeno sapere se lui si sia suicidato?
Potrei averlo ucciso io, ed ecco spiegato perchè sono in questa dannata situazione, ho ucciso mio padre e mi hanno cancellato la memoria per punirmi, e restituirmi candido alla società. Solo che io l’ho scoperto supponendo quanto geniale sarebbe farsi un tatuaggio se si hanno problemi di memoria, o anche solo di paranoia sulla possibilità di averne. Oppure qualcuno mi ha indotto dei ricordi non miei.
Il mio linguaggio, mi dico, dovrebbe dirmi almeno di che epoca e nazionalità io sia… ma essendo la lingua preimpostata è difficile analizzarne le caratteristiche è difficile riconoscerla, è semplicemente l’unica che io sappia, non ho termini di paragone è puro automatismo…
O se invece fossi appena nato e questi fossero i miei primi ragionamenti? potrei essere un neonato prodigio oppure un neonato comune, nessuno ricorda i suoi pensieri da neonato, e se già fossero così assurdi?
Chiunque io sia e sia stato, tornerò a dormire, magari nei sogni mi sentirò più me stesso.
Apologia d’un florilegio: oscilla nell’aria l’ordalia, fendente pendente sul capo reclino. Al buio tasto il mattino…
avete la mia parola, non resterete delusi
“Se vicino alle rovine del tempio Maya del dio del vento, di fronte a questo fragoroso spicchio d’oceano, erigerete una pala eolica con valenza estetica il dio del vento diverrà per voi il dio della luce, dell’acqua calda e del risparmio energetico. ” Così parlava il sacerdote dell’elemento impalpabile, nell’atto magnanimo e disinteressato di convertire energie e masse.
3
Mi diceva queste cose sempre e soltanto ad un’ora impossibile della notte, in cucina, intento a prepararmi una tazza di tè bianco giapponese proveniente da una nota drogheria di Santa Margherita Ligure, avuto in regalo da una certa Adelina. In generale amava farsi portare tisane, erbe, profumi dai viaggi delle sue conoscenze – non moltissime, tutto sommato. Questo era un gusto che non gli apparteneva. Ma non è che fingesse, ci si educava. E raccontava di un burro di karité artigianale che aveva avuto il privilegio di poter provare più volte, prodotto da una famiglia di africani parigini (e viceversa) amici di un’amica. Mi diceva queste cose nel pieno di se stesso, dopo avere bevuto e fumato a sufficienza: su di lui, però, probabilmente faceva effetto soprattutto la notte, la fiducia e la notte, insieme alla qualità della festa appena terminata. Tutto quello che diceva, ed il suo linguaggio del corpo, avevano una radice misteriosa e semplicissima: in questo era esattamente come tutti gli altri.
Qui, oggi, ora siamo tutti riuniti per celebrare il funerale dell’Individualità particolare.
Non piangete, Mesdames et Messieurs, che sono sicuro che è andata in un posto migliore; è tornata lassù leggera, fluttuante ed eterea nel mondo delle idee, dove può ritrovare le sue gioiose compagne giocose perdute. Ma no, non intendo asserire che si sia lasciata morire, cosa state insinuando inquirenti? “Stiamo solo facendo il nostro lavoro, non ne abbia a male.” “Cosa volete sapere quindi?” “Si drogava? Prenderva antidepressivi? Sonniferi?” “Orge, credo, signore.” “Cosa intende per orge? Vuole insinuare che la signorina individualità particolare era lasciva oltre ogni misura?” “Voglio insinuare che la signorina individualità particolare è stata stuprata e sodomizzata da un brutto ceffo in passamontagna nero. E da allora non si è più ripresa” “E chi sarebbe questo furfante? E che vuol dire che non si è più ripresa?” “Vuol dire che da quando lo Stato democratico ha stuprato l’individualità particolare, quella, bé quella, non era più la stessa donna, era cambiata. Era come ninfomane. Non riusciva nemmeno a mangiare senza burocrazia statale. Era completamente assuefatta dai meccanismi fiscali, elettorali, rappresentativi, mediatici, giornalistici, scandalistici da non poterne più vivere senza”. “E qual è secondo lei la causa della morte?” “ Bè gliel’ho già detto. Non era più se stessa. Era diventata un televisore via cavo gigantesco” “Sta scherzando, vero?” “Mi colpisse un fulmine se non sono serio”. “Bene ci ha già detto tutto. Al, uccidilo”. “Cosa? Ma sta scherzando?” “Gliel’ho già detto, nulla di personale, è solo lavoro. Nessuno deve sapere che l’individualità particolare è morta. Sarebbe la catastrofe altrimenti, lo capisce? Ci sarebbero scioperi, rivolte, insurrezioni; esattamente come durante un regime” “E invece il vostro non è un regime?” “Ma certo che lo è, è un regime di democrazia. E lo sai pure te che si fonda sul fatto che ogni persona crede di essere un individuo unico, particolare, pensante, importante. È per questo che non si rivoltano fino in fondo per quanto possiamo essere dei ladri. Quelli credono ciecamente di averci eletti loro.” “E invece non è cosi?” “Ma stiamo scherzando? Ahahahah. Pensi davvero che…..ah ah ah. Ah; Uccidilo, svelto.” Bang.
Eravamo appena scesi dal pullman quando lucy bestemmiando decise di andare a quell’osteriola anche solo per un drink soltanto, per poi tornare a casa e recuperare il tempo perduto in quei mesi lontani facendo tutto il sesso che avevamo per tutto quel tempo solo sognato. Entrammo nel bugigattolo ancora infreddoliti e ordinammo qualcosa, non ci vedevamo da secoli e sebbene l’atmosfera non fosse delle più accoglienti la conversazione protraendosi a lungo ci tenne nel localino fino alla chiusura. Era l’una o giù di lì e fuori il vento gelido non si era certo ingentilito ma ormai l’alcol ci aveva immunizzato, facendoci dimenticare di sentirci sfiorati dall’aria sferzante, trasformando l’alito notturno in una brezza sopportabile, quasi carezzevole.
Il freddo ci digrignava i denti e ci accapponava la pelle ma eravamo troppo presi dai nostri ricordi e discorsi e baci per accorgerci che la nebbia stava sconvolgendo le cose offuscandole, inglobandole in un indefinito marasma di echi di luci di fari e lampioni lontani e soffusi.
Guardando verso l’alto non riuscendo a distinguere i contorni delle cose era come se fossimo in un limbo sconosciuto e la delicata pioggia che aveva appena iniziato a colarci addosso pareva quasi sospesa a mezz’aria ad aspettarci tanto che l’impressione che suscitava era che stessimo noi andando, pur restando immobili, contro la pioggia in una specie di fascio ascendente come levigate statue avvinghiate in una levitante fontana marmorea risucchiata dalle nubi quasi il tempo riavvolgendosi intorno a noi condensasse l’umidità palpabile dell’aria e facendola rimbalzare sui nostri corpi la respingesse verso l’alto in finissime colonne erette per sostenere e gonfiare la conformazione confusa del mare di nuvole che pareva permeare e assorbire i confini delle cose e con leggiadra prepotenza lacrimando, rovesciandosi in rivoli volteggianti incastonava l’indefinito in luccicanti gemme accecanti nei nostri occhi acquosi e lucidi.
Isolati dal resto del mondo, in una brillante bolla di spazio, invisibile per la spessa e densa nebbia, sembrava che il tempo frinisse come un esercito in groppa a grilli lanciati al trotto, le gocce ghiacciate a contatto con la pelle scandivano il ritmo del momento ma ci giungevano senza lividezza, ovattate anch’esse dalla vaporosa coltre adagiata su ogni cosa, scossa e cesellata da zigzaganti arzigogolati fiumi di fumo.
Brrrrrrrr….
- Gavello –
Il fatto è che ci credeva, sino in fondo.
Probabilmente non tanto per questioni partitocratiche, quanto piuttosto per quella boriosa saccenza che lo contraddistingueva. Quel suo essere maniacalmente al di là ed al di sopra delle parti e dei sospetti.
Un uomo meschino, per dirla tutta.
Refrattario a qual si voglia osservazione, ben inteso, avanzata con garbo.
Con lui era da escludere ogni tipo di contradditorio. Non c’era alcuna contraddizione che egli potesse ammettere nel suo ragionamentare.
Il fatto, ribadisco, è che ci credeva. E ciò lo rendeva tanto più insopportabile.
Finì col creparci di quel suo credo.
Un credo asfittico, d’una boriosità marcia nelle sue stesse radici.
Ci finì per morire solo e solitario, come il peggiore dei randagi pulciosi.
Ci morì di stenti.
Non una gran morte, francamente, come del resto non lo fu la sua vita.
Emise l’ultimo respiro incatenato ad un vecchio tronco di faggio.
Cencioso e sbraitante, a chi capitava d’udirlo, pareva di percepire l’essenza della sua boriosità.
“Io sono Gavello”, diceva, “e Gavello ci muoio, alla faccia di quel dio che non ha nemmeno il coraggio di sciogliere questo doppio nodo”.
Gavello morì, sicuro d’averla giocata a dio in persona ingannandolo col doppio nodo d’una logora corda.
“Il Signore” disse ricolmo d’orgoglio qualche istante prima di morire, “non è in grado di sciogliere il mio nodo”.
Il diavolo tentò più volte di giocarsi a carte l’anima di Gavello con dio. Ma Egli a lungo rifiutò, “in fondo”, diceva il Signore al diavolo, “è solo un doppio nodo. Il giorno che lo scioglierà, sarà tua la sua anima”.
Il diavolo ebbe di che rallegrarsi. Ma Gavello morì, con il doppio nodo intatto, pensando bene d’averla giocata a dio in persona.
Non è la Pioggia che mi ferma,ma non è neanche lo splendore del Sole che con i suoi raggi tenui porta sollievo a chi lo sente.
Cosa allora provoca contentezza e spensieratezza?
Forse una bella giornata di sole primaverile,il roseo candore dei petali di un mandorlo?
Forse il continuo volare incessante di uccellino dalla coda biforcuta?
O forse una triste e cupa giornata di pioggia?
Il vento spazza via ogni cosa con la sua imponente violenza;la Pioggia batte forte sul lastricato della strada.
La gente ha paura,timore!!!
Se tutto ciò è “natura” perchè provare angoscia durante una giornata piovosa?
Perchè sento più forte il bisogno di non andare quando la Pioggia prevale sul Sole?
Perchè il grigio cielo mi affascina più dell’azzurro e del candido biancore di distanti nuvole?
Perchè penso che il mondo non mi voglia?
Sono un puntino lo so,ma vorrei essere qualcosa di più e forse lo sono in quanto se da una retta, che è un incessante susseguirsi di punti all’infinito,togliessimo quel puntino,la retta non sarebbe più retta e perderebbe la sua definizione in quanto tale,quindi so di appartenere a qualcosa di stabilito e predefinito di cui non posso essere privato ma penso anche che chiunque potrebbe prendere il mio posto e allora a cosa serve essere brillanti ed appire per come non si è?
Non ha la stessa valenza un puntino grigio,come il cielo che oggi mi sovrasta ad un puntino convenzionalmente nero?
Imparo a conoscere me stesso ma non vedo un lume di speranza,un qualcosa che anche per poco mi faccia comprendere i perchè dei miei molteplici interrogativi.
Mi scorsero alla vista degli uccelli.Perchè volano con il vento e la pioggia?
Sicuramente cercano riparo.
Potevano essere loro la scintilla che mi avrebbe portato a darmi almeno una risposta.
Avrei potuto rivedermi in loro:libero.
Volare anche sotto la pioggia,senza il timore di bagnarmi le piume,senza il timore di farmi sballottolare dal Vento nei punti più lontani del Cielo.
Allora forse è LIBERTA’?
E’ la libertà che io cerco.
Ma libertà di cosa?
Non è libertà di rientrare a casa tardi,
Non è libertà di poter mangiare ciò che più desidero,
Non è libertà di uscire sotto la pioggia,
Non è libertà di viaggiare,
Non è libertà di pensare,
Non è libertà di fingere,di piangere,di odiare,di voler bene.
So di che libertà sono privo: non ho la libertà di essere me stesso!!!
Il vento soffia ancora impetuosamente portando sino al mio viso gocce di pioggia che continuano incessanemente a cadere su quel lastricato per poi lasciarsi delicatamente trasportare da una sciocca discesa che la porterà ad amalgamarsi e a formare un’unica soluzione.
Singole gocce,singoli individui, andranno alla fine a giacere assieme senza la possibilità di poter essere nuovamente ciò che sono stati in quell’attimo di caduta.
Allora non sono neanche come la Goccia di Pioggia che tanto mi affascina.
Non credo che alla fine di un qualcosa verrò accomunato al “mondo”.
Se ciò accadrà vorra dire che non ho vissuto come veramente avrei voluto!!!
- Di ritorno -
Scema lento il bisbiglio della sera.
Rum e coca, avvinazzato barcolla ma non cede.
Esco or ora da un sogno.
Una lunga lunga strada, una palizzata alla destra ed una alla sinistra, centinaia, che dico, migliaia di diramazioni, anch’esse, ovvio, a destra ed a manca.
E volti. Milioni di volti.
Sornioni e famelici, tristi e ridenti, muti ed urlanti.
Scene imbarazzanti, da baraccone, tragicomiche, pompose ed insieme d’importanza vitale.
Piombo d’improvviso nella stanza buia e accaldata.
Scuoto e percuoto.
- Amico – chiedo, -sai mica che ora si fanno?-
L’amico ruota per un poco il tozzo collo ed indica un aggeggio riposto su un ripiano d’un armadio. Le due.
Il nuovo giorno già vagisce afono.
Infastidito dal turpiloquio avviato dal ratto incedere del tempo, mi distacco.
Un sogno, penso, frammisto a realtà.
Errori burleschi d’un infanzia perduta, o chissà, l’adulto incespicare ed errare.
Piego il tempo, e lo metto via, riposto donde ne venne.
Piccolo scherzo dell’Io che ci fece a sua somiglianza.
- Ebbene? – Mi chiedo…
L’eco secco della domanda svilisce nello strapiombante silenzio.
Me ne capacito solo in parte. Piego e ripongo accurato.
Mi alzo, inchino, riverisco e vado via.
Qualche rumore qua e là mi accompagna nell’incedere lesto.
E’ solo il mormorio leggero della notte, penso, assopendomi piano nel letto…
collettivomensa si scrive collettivomensa
La natura che soffre a causa dell’uomo.
Cos’avrò mangiato?
Notte di quasi luna piena. Quasi l’uniche in cui di questi tempi valga la pena uscire, quelle che ne manca tanto poco che te ne accorgi appena.
Saran state le sei e il chiarore della luna stava iniziando a sbiadirsi con quello freddo del mattino nel quartiere giamaicano di londra quando tra pile di mattoni rossi con di bianco legno infissi spiai una volpe che si aggirava guardinga. guardingaggirandosi lei seppur attenta colsila nell’impudico gesto tutta intenta.
Cos’avrà mangiato?
Si vide, immortalata in tal frangente, la fece ancor più molle, d’onor si denudò.
Ecco, mi passa di colpo la sbornia in uno sguardo si rischiara la giornata, in un’ istantanea colgo lo scandalo che venderò con un pajo di ritocchi e un pajo di righe dal titolo.
Accidiosa, sin troppo banale…guardo annoiato quei mesti tavoli argentati mentre il mio stomaco si contorce di ragù avvinazzato…Ascolto proclami e pompo le vene, scaraventando qualche parolina timida ma decisa che sprofonda nell’ indifferenza degli altri, sfumando indisturbata tra aloni rossogrigianti…Chiacchierone bavoso, tonda groppa, almeno ti prego non sbavarmi la zuppa…la pianto lì, purtroppo si sa la sorte è dura, è un peccato, domani vento gran sole forse piove..di nuovo?Se avessi potuto interrompere il traballare delle sue pernacchie, con concentrazione potrei ora raccogliere i frammenti del pomeriggio…La sera è gialla di strisce orribili e macchie. Odora, fragranza di appassimento, un briccone murato da facce contorte dal fondo della strada; sono polemici, enciclopedici. Si proiettano i nervi sullo schermo irreale, ci sarà tempo, ne sarà valsa la pena. Sono forse in diritto di sorridere?
Nonostante il sole ed il caldo, continuiamo la nostra opera incessante ed incoerente di divulgazione pseudo-paraletteraria, proponendovi questo spunto. Il blog da cui è tratto è AMilanoNonFaFreddo (N.B: potete addirittura cliccare sul collegamento ipertestuale evidenziato dal malevolo colore rosa, se vi va).
“E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
non trovatelo naturale.
Di nulla sia detto: è naturale
in questo tempo di anarchia e di sangue,
di ordinato disordine, di meditato arbitrio,
di umanità disumanata,
così che nulla valga
come cosa immutabile”.
Ecco, io lo trovo molto bello. O forse importante, non bello. Lo ha scritto Brecht, nel 1930, che per lui (e un po’ per tutti) era proprio un periodaccio. E mi ha ricordato le streghe del Macbeth quando all’inizio, proprio nelle prime righe, saltellano tra tuoni e lampi declamando “Fair is foul, foul is fair” – con tono possibilmente tra il concitato e il gracchiante -. E tutta quella storia dell’ordine politico che si riflette sull’ordine del creato e che, in sostanza, se rinchiudi dei bambini nella torre di Londra perchè la loro esistenza ti infastidisce, ci sta anche che la civetta canti di giorno (ma questo non c’entra, anzi, c’entra, ma è un altro plot).
Sì insomma, magari ti interessava sapere che sei autorizzato a trovare innaturale anche ciò che sembra essere diventato la regola.
…
Rettifico: non è che tu sia proprio autorizzato, però se ci fai un pensierino, possibilmente in silenzio e senza testimoni, non credo possa succederti niente.
(Ah, si intitola “L’eccezione e la regola”, l’opera di Brecht)
Ulteriore segnalazione. Un’altra poesiola per i nostri lettori, addirittura poesiola tra le vincitrici del concorso Subway 2009 (Stiamo conformandoci ai giudizi di gusto legittimo?) Comunque si intitola Mietitrebbie ed eccola qui:
restituite dalle acque troveranno
mietitrebbire, erpici rotanti
incastrati tra le rocce
degli scogli, carcasse
di autocarri
col nome ancora appeso
al parabrezza
le crederanno macchine da guerra
e poi, al largo,
necropoli subacquee
di biciclette
e polipi giganti
aggrappati ai campanili
la pianura padana
di nuovo sommersa dal mare
e la strada che ora ci congiunge
sarà una lieve increspatura
del fondale
Agostino Cornali
una piccola sala cinematografica
con scomode seggiole in legno, incise da nervose unghie, da chiavi che promettevano amore eterno, dai bottoni sulle tasche dei jeans.
Lo schermo non è altro che un telo ingiallito dal tempo, ed oramai piegato dalle mille storie che gli si sono poggiate addosso.
Se siedi nelle ultime file puoi sentire ancora il rumore della macchina da presa, se siedi nella prime film puoi contare i pixel che creano l’ immagine.
Il suono ti si schiaffa in faccia, dritto grezzo e gracchiante.
La gente siede composta, molto composta, quasi come fossero militari in posa, la distanza tra i sedili non permette di fare altro.
la clientela di questa piccola sala è alta ed è bassa, magra e grassa , sono maschi e sono femmine,e così il magro spera di non trovare l alto davanti, il magro di non trovare il grasso a lato, lui vorrebbe appoggiare entrambe le braccia sui braccioli ed ancora l uomo spera di non trovare una coppia sia di fronte che a lato, sul lato si sentirebbe imbarazzo, sul fronte dovrebbe praticare uno slalom con la sua testa per seguire le immagini.
a meta film fanno una pausa, si chiama fine primo tempo, la gente spesso si alza per sgranchirsi le gambe.
il biglietto è di carta, a volta è rosa a volte è verde e la cassiera si lecca le dita per strapparlo.
la porta è in vetro con maniglie in ottone rovinato, sul vetro ci sono varie pezzi di poster si vecchi film che si sovrappongono l uno al altro.
Prima di entrare in sala il biglietto te lo straccia lo stracciabiglietti, lui conosce tutti i film, i registi e gli attori, spesso recita battute del film, sempre dopo aver stracciato i biglietti tra le tende che portano alla sala spia il film.
Se immagino un cinema questo è quello che penso , e lo penso così con quel suo vecchio e trasandato fascino.
PMT
O0 ha scovato questa poesiola. QUI ne potete trovare altre della stessa autrice (non ho compreso del tutto se si chiami Carolina o Teresa, ma dopotutto quando mai su FoLLeLFo i nominativi sono stati importanti?)
NOI DEL COMPLETARIATO
noi del completariato abbiamo molto da imparare
la bancapopolaredimilano verderame sulle scale di cadorna
incombe sulla testa mentre sali dalle scale della metro
e ti illumina di luce propria
l’enel
che allacciarsi e slacciarsi son sempre soldi
e mancanze lacune nostalgiche
e rese dei conti
che non tornano mai (banale)
che non torni mai (scontato)
te la metto fuori a metà prezzo la tazza gialla di natale col manico rotto
la usi come portadentifricio
per non sdraiarlo bordi del lavandino che è scomodo
ho bisogno di scrivere ed omettere
mezzo sfavillante strutturalmente povero di immagini precise
e tu che sei del completariato come me completi lo scritto
inferisci sul letto
infierisci sul letto
e poi mi dici
cosa
non hai capito
dove
non mi hai capita
sesso, grissini, letto in mezzo al mare, gli occhi strabici di quel ragazzo che non è niente male, emarginazione, ancora grissini ma alle olive ‘sta volta, salto, rido, miro, grido, urla.
La mia “parte” l’ho fatta. Buonanotte.
Camminavo per La Grigia a passo svelto, destr sinistr, destr sinistr, con l’andamento incerto di chi sa dove andare ma ignora il perché. La notte, fedele compagna di vita, quella sera mi era ostile, e il cielo de La Grigia mi scrutava minaccioso, coperto appena da nuvole annoiate. Destr sinistr, destr sinistr, non guardare mai nessuno in faccia, dice nonna, e tieni sempre la testa all’ingiù, la testa in giù. Dò retta a nonna, mi guardo i piedi, destr sinistr, destr sinistr, passo oltre le numerose presenze che stanziavano raminghe nell’immenso piazzale. Un fischio, una risata; non ti fermare, dice nonna, destr sinistr, destr sinistr, la sigaretta stretta tra dita troppo piccole per potersi proteggere, la paura, sempre maggiore, canticchiante nel petto.
Cammino più veloce, destr sinistr destr sinistr destr sinistr, le orecchie tese al minimo rumore, la bocca, asciutta, stretta in mille piegoline. Tutto ad ad un tratto odo dei passi, lievi e nervosi, raggiungermi pian piano. Mi volto, maldestra, pronta a stuprare la quiete notturna con urla da oltre cento decibel; una ragazza, bionda e slavata, sacchetto della spesa da una parte, terrore dall’altra, scrutava guardinga quella notte così inquieta.
Rimincio a camminare, e lei con me. Destr sinistr, destr sinistr, rallento il passo permettendole, così, di non restare indietro. Uniamo i movimenti in una perfetta sincronia, entrambe felici dell’altrui presenza, amiche fidate seppur estranee. Destr sinistr, destr sinistr, tic, tac, tic, tac, un ticchettio s’aggiunge alla buffa sinfonia che aleggiava nella notte; una terza donna, dal respiro affannato, si muoveva assieme a noi, tenendo compitamente il ritmo coi piedi.
Proseguimmo così, in quel corteo improvvisato di Piazzale Loreto, la gloriosa marcia verso casa. E a noi si aggiunsero altre donne, giovani e vecchie, buone o cattive, perfette sconosciute ma accomunate dalla stessa, identica paura. Capelli neri, biondi, bianchi si legavano tra loro in un’indissolubile trama, occhi chiari, scuri, grandi o piccini splendevano sinistri nell’uggioso buio, facendo vergognare non poco la fioca luce dei lampioni. Destr sinistr, destr sinistr, una marcia impeccabile, la nostra; non un passo fuori posto, non un respiro od un gemito, obbedivano, sicure, ai rigidi dettami della notte, domina e regina.
Destr sinistr, destr sinistr, arrivo, finalmente, alla dimora. Saluto tra me e me le mie compagne di viaggio, mando loro di nascosto un bacio ed entro frettolosamente nel portone, lasciandomi cullare, esausta, dal rassicurante giallo della luce dell’atrio.
Destr, sinistr, destr. Sono a casa.
ohh finalmente una bella arringa contro chiunque, che si chiude con mediocrità, quanto vorrei conoscere l’eremita che, senza esser mai sceso a compromessi con la società si erge e giudica, è il tono sprezzante ad esser fuoriluogo, le accuse saranno anche plausibili, è solo ridicolo il tentativo di nascondersi sotto il banco degli imputati e far la voce grossa, se fosse stato scritto con una sfumatura compassionevole, come una confessione, sarebbe stato molto più ironico e meno presuntuoso.
s.maschera
Eccomi nel mio solito grigiore. La primavera dicono sia alle porte. La vedo. Profumo di aria e respiro ciò che attraverso, passo dopo passo. Po mi fermo ed è inverno. Allora mi chiedo il perchè di quelle candide margherite, lì accanto al cemento. Dove io cammino. Vedo primavera ma non la sento. Le nuvole poi tornano ai mei occhi. Ostinata alla loro fulgida ma continua presenza, le comprendo e mal sopporto la luce del sole. Amato da troppi.
Aggrappati ad illusioni create da menti che non vogliono andare avanti.
vigliacchi,ridicoli,squallidi,ignobili burattini pilotati dalle mani di una società corrotta,Signora della menzogna.
dittatrice fraudolenta,costruita nei minimi dettagli,
adatta agli adattabili.
arrendevoli,malleabili,pieghevoli,plasmabili.
lasciate che la vita vi scorra davanti,ridete finchè dura,indossate le vostre maschere eclettiche.
mostrate al mondo la vostra bellezza artefatta,la vostra dolcezza melliflua,la vostra generosità di parvenza,la vostra allegria cupa.
giulivi di giorno in mezzo agli attori della vostra stessa compagnia,si abbassano le luci di notte quando in camera da letto nessuno
può guardare i vostri visi smascherati.
amanti dell’amor proprio,legati ad idee depravate di felicità.
posticci ingannatori della vostra coscienza,elucubratori perpetui, inespressivi simulatori di vite vissute solo apparentemente.
continuate a mistificare mestamente il vostro ego,ad inseguire quelle chimere che definite ideali.
mi ritrovo troppo spesso tra di voi e rido delle vostre commedie.
amante della lettura,leggo il leggibile nei vostri occhi spenti.
osservo,vedo,sento,ascolto.
considero ogni cosa,ordino il disordine della mia mente,vivo in questa realtà ambigua,doppiogochista e troppo spesso ingannevole.
mi mostro come sono,gioviale o amareggiata,raggiante o delusa,ilare o malinconica.
voi,illusi maestri di vita,cantastorie senza credibilità,pagliacci truccati male,oratori illetterati,buffi ciarlatani senza forza.
Godete della vostra audacia fittizia,dei vostri successi immaginari.
Raccogliete i vostri finti trofei,alzateli fieramente.
Eroi nella vostra viltà,schiavi di ieri,di oggi e di domani.
Incatenati ad insicurezze latenti,a paure taciute segretamente.
Nascosti agli altri,celati a voi stessi,inseguite le vostre utopie,illusi protagonisti del futuro,sognate,teorizzate,professate la vostra vita di eccessi,decantate la vostra emancipazione,la vostra autonomia,la vostra sfrenatezza.
Alla ricerca degli eccessi,correte
Continuate a correre senza voler mai arrivare,continuate a cercare i pezzi di un puzzle senza congiunture.
Vivete i vostri pezzi di vita frastagliata fantasticando su folli voli deludenti.
Continuate a cogliere ogni occasione con la vostra intraprendenza da campioni,
e fuggite subito dopo per non perdere la vostra “libertà”
restate schiavi di voi stessi,prigionieri arresi,chiusi nei vostri parco-giochi recintati,amanti dei brividi sicuri,
delle emozioni protette,delle strade meno dubbie,dei percorsi meno ardui.
Vivete con convinzione le vostre vite a metà,abbagliati dal vostro squallore
Mentre il tempo vi uccide giorno per giorno,
volate senza ali nella vostra mediocrità.
era stanco, era ubriaco ed era solo; era il mondo.
Girava, girava girava su se stesso e sapeva, ahinoi, quel che sarebbe accaduto.
Lo sapeva benissimo, il solo modo che aveva per restare in equilibrio era girare, ma sapeva anche che tutto quel vino non lo avrebbe aiutato. Il vino, poi! Quel volgare liquame amato dai mortali, che se ne faceva, lui, cresciuto tra stelle e lattei pianeti?
“lo sapevo non avrei dovuto leggere Baudeleaire” pensava. La verità, signori miei, è che il mondo gli uomini li invidiava. Dal profondo. Voleva nascere, crescere, morire. Voleva amare. Volea bere del buon vino seduto su di un divano leggendo Rimbaud e smettere, anche solo per poco, di girare.
Un vecchio letterato recitava: soles occidere et redire possunt. Ed egli in cuor suo si chiedeva perchè, diavolo perchè, a lui ciò non era concesso.
Nè bocca per bere, nè labbra per sorridere, ma il mondo gli occhi li aveva, eccome se li aveva: e piangeva, stanco solo ubriaco e triste, in bilico tra sonno e veglia spargendo lacrime di acqua salata.
Bestie pensava, perché mai non ve ne accorgete? Perché mai sono solo, seppur vi ho tutti in grembo?
Fu così che il mondo, stanco solo ubriaco triste e assai anziano, volgendo il carezzevole sguardo ai pianeti, taciti compagni di avventura e sventura, decise di riposare. Di Morfeo, infatti, ne aveva sentito parlare, ma mai dal suo braccio s’era fatto cullare.
Giro giro tondo ed ecco: casca il mondo!
Bamboladistracci & PMT
Aspetto la metropolitana. 2 minuti e mezzo di attesa. Arriva un uomo. Sulla cinquantina. Capelli bianchi corti, barba appena fatta. Glielo vedo dalle irritazioni che ha sul viso. Vestito di tutto punto. 1 minuto di attesa. L’uomo mi guarda. Mi sorride. E sorridendo mostra una dentatura che tradisce il suo aspetto. Denti gialli, cariati, rivoltanti. E i suoi occhi mi terrorizzano. Il mio sguardo cade sulle sue mani. Chissà perchè non mi stupisce il trovarle per nulla curate.
Scritto arrivato per mail; letto, apprezzato; ergo qui pubblicato:
Pallore, ancora quel docile Monocromo, scolpito nel ventre di una Galatina, color latte materno, sgorgato da una grassa giovenca antropomorfa. Odor di latte, a destra, a sinistra, dappertutto. Preambolo di Colostro guizzante, con Montata Lattea e Prolattina: Un netto plop, talora. Pallore, intenso al Fior di latte e piuttosto Ovolino. Un colore Ipostatico, incastonato nella cosiddetta teoria del Multiverso. Bianco, come squama Psoriasica di un biondo yankee, qualche crosta che prude ma le mani per grattarla, dove sono, restano; legate: Mille coppie di unti buoi non le avrebbero mosse. Le perplessità diramano una ghiandola carnosa che rischia di implodere in un piccolo coito interno, sto parlando di un ometto, un omino che odora di latte condensato.
Io sono la psoriasi di Francesco Vespa
E l’oggi è come ieri e il domani sarà come sempre te lo sei aspettato, perché la fine che tanto hai atteso in realtà non esiste o meglio non ti accorgerai quando lei arriverà.
Così non potrai mai voltarti indietro e dire:”eccomi arrivato”, vorresti arrivare ma non puoi e così prigioniero del tuo naturale divenire, divieni ed il tempo passa e non s’arresta un attimo, e tu corri ma sei senza fiato, non sei stanco ma vorresti avere la certezza che tutto quel fiato sprecato sia realmente servito a qualcosa.
Vuoi la fine, cerchi un fine, perché bella è la fine, perché fine stesso di ogni cosa è finire, e così pensi a un film che inizia e mai finisce e ti immagini spettatore, senti quell’ angoscia che ti divora, ti rendi conto che non puoi stringere nulla se non una concatenazione di eventi ma quello che cerchi è la conclusione!
La fine tua unica amica, la fine bellissima amica.
Ed ecco, prendi fiato e hai capito: l’inizio, l’ inizio è così amato solo perché abbiamo la certezza che prima o poi finirà, perché la bellezza sta nella finitezza.
Le infinite speranze vanno lasciate a dei e religiosi, gli uni fantasia e gli altri poeti.
Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera, quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
Ogni pseudo-scrittore che s’avvicina ad una penna e ad un foglio è convinto di scrivere nel migliore dei modi possibili e di avere una verità universale da dire, verità di cui solo lui è a conoscenza; è convinto di essere il solo a poter esprimere su righe (d’inchiostro o di byte) il proprio pensiero, ma soprattutto è fermamente convinto che il proprio pensiero sia interessante per ogni lettore. Ogni pseudo-scrittore pensa di avere un demone (la scrittura) che serpeggia nel proprio animo -si badi, solo nel proprio- e di avere il dovere morale di esporlo al mondo.
Il fatto è che la scrittura non è irrazionale passione o pulsione interiore; la scrittura è lavoro, impegno e dedizione. Il lavoro è leggere scritti altrui, non uno ogni tanto, bensì leggere sempre. L’impegno è voler costantemente sperimentare. La dedizione è tentare sempre, senza scoramenti di sorta. Non voglio qui negare l’utilità di ciò che si è soliti chiamare genio personale, fantasia o qualsivoglia paradiso artificiale, bensì mettere in evidenza l’impossibilità di far affidamento solo su questo.
Scrivere (non scarabocchiare) non è eleggere il proprio io come metro di paragone e far scaturire parole sconnesse da pensieri personali, bensì far uscire l’io da sé ed interpretare il reale e tutto il restante.
Il concetto di pseudo-scrittore è similare a quello di grafomane.
La grafomania “non è il desiderio di scrivere [...] per sé o per le persone a noi più vicine, ma di scrivere libri, (cioè avere un pubblico di lettori sconosciuti).” La differenza tra un grafomane e uno scrittore è “un differente risultato della passione”. Va da sé che il risultato differente è dato da una differente consapevolezza della scrittura, un differente impegno nello scrivere, e -forse- una differente predisposzione di fondo. Per concludere ogni scrittore è grafomane, ma solo pochi grafomani sono scrittori; certamente in qualche caso, però, un grafomane può diventare scrittore. Quindi, orsù, lavoro, impegno e dedizione.
IL SOVVERSIVO
Passeggiavo con papà lungo la strada che conduceva verso casa, sul fondo di questa, dalla parte opposta alla nostra camminavano tre uomini, due di loro indossavano abiti neri, questi stringevano le braccia al terzo, non capivo bene che cosa stesse succedendo, ma sicuramente era qualcosa di nuovo.
Appena questi ci furono vicini, i miei occhi incrociarono quelli terzo e chiesi a mio padre:
” chi è quel signore?”
lui mi rispose: “é un sovversivo”
Non capivo che cosa significasse, così con spontanea curiosità continuai:
“Cosa fa un sovversivo?”
Mio padre rispose:
“è una persona che va contro le regole, non fa quello che gli dicono di fare”
Io sorrisi, non sapevo che cosa gli avessero detto di fare, e neppure cosa lui non avesse fatto,in realtà neppure compresi nonostante la seconda spiegazione, ma presi una decisone quel giorno:
da grande avrei fatto il sovversivo.
Dentro il mio ventre
stamani s’aggroviglia un vuoto
che le mie mani
che le tue mani
che le sue mani
seppur piene della grazia del risveglio nella lusinga della carezza
scavano trincee di silenzio
all’avanguardia del mio più brulicante nulla.
Il Giovane Scrittore mi aspetta alla stazione. Sono in ritardo. Ho la visita dal Ginecologo. Ancora sono in ritardo. Alla mia vicina di casa si è rotto un tubo e zampilla acqua nel mio appartamento. Aspetto l’Idraulico. Che è in ritardo. Sono connessa con il mondo. Il mio Giovane Scrittore non mi risponde al cellulare. E’ sconnesso. Come le sinapsi del suo cervello. Completamente andate. (Ma i poeti sono tutti matti da legare). Sono connessa con il (l’altro) mondo. Parlo con i miei nonni defunti. Ogni notte. Alle tre. Il mio Giovane Scrittore aspetta alla stazione. Le strade si moltiplicano. Le curve. I vicoli ciechi. Non troverò mai la strada. Non arriverò mai in tempo. L’acqua zampilla ancora. Il pavimento della cucina ormai è tutto allagato. (Gli idraulici quando si cercano non si trovano mai). Arrivo dal Ginecologo. In ritardo. L’assistente mi dice che il mio ginecologo è in ferie. Il sostituto. Non ci credo. E’ l’Idraulico. ( Gli idraulici quando si cercano non si trovano mai perché quando non fanno gli idraulici fanno i ginecologi). Il Giovane Scrittore ormai aspetta da due ore. L’auto va da sola. Io sto seduta dietro a leggere. Sulla rivista un test. (Il tuo uomo ideale: l’Idraulico, il Ginecologo o il Giovane Scrittore?). Sono connessa con il mondo. La mia faccia patinata da starletta a pagina 3. Ecco finalmente il mio Giovane Scrittore. Con la sua aria un po’ scema da poeta senza cervello. Mi abbraccia. Mi caccia la lingua in bocca. (Tutto bene il viaggio?) (Perché sei in ritardo?) (Si è rotto un tubo alla vicina aspettavo l’idraulico dovevo andare dal ginecologo non trovavo la strada) (Scopiamo o no?) (Certo che sì). Mi caccia la lingua in bocca.
Le scale mobili ci slittano in basso: nei sogni si comincia sempre scendendo in basso.
La tigre e il pianista fissano perplessi la bussola, chini sul tavolo seguono con pupille roteanti la lancetta rossa che gira gira gira vorticosamente. Silenzio. Fuori il bianco riveste la terra, gli alberi, le tombe. La tigre e il pianista non lo notano neanche, continuano a seguire il vorticoso moto della bussola. Il pianista trema, le sottili labbra tese. Si alza, sbatte un pugno sul tavolo. La bussola viene scossa leggermente, continua a girare. “Si calmi, la prego” bisbiglia la tigre con una vocetta acuta e stridula. “Ma non si ferma mai, non si ferma mai, da anni, da secoli!” grida il pianista scagliando la bussola contro il muro. Ma questa ricade sul pavimento e la lancetta continua a girare. Il pianista si accascia a terra, con le unghie si aggrappa alle travi del pavimento, trema più forte. “Nord – Sud – Nord – Sud – Nord – Nord – Nord. Cosa cambia in fondo?” mormora la tigre.
Ride sardonico, Lui, glacialmente bianco. Afferra la baracca, lecca via un po’ di neve dal tetto e con una leggera pressione delle lunghe dita affusolate riduce in polvere il delirio spaziale della tigre e del pianista. Gli basta il pensiero, gli basta una leggera inclinazione del capo alieno e scavato per distruggere o nutrire la fantascienza interiore di coloro che si perdono nel suo sguardo serpentino. “Mi amate? Mi amate? Ma certo che mi amate. Mi amate e perite per me. Appassionatamente, pateticamente, inevitabilmente, inesorabilmente”. Continua a ridere, Lui, consapevole del morboso dolore che crea. Potrebbe farlo cessare strizzando un occhio, ma non lo fa. Non adesso, non ancora. Vuole ridere ancora un po’, Lui. Vuole ridere, perchè dopo sarà solo deserto.
E poi arrivo io. La tigre riesumata dalle gioie di un tempo mi fissa vitrea, il collo stanco, la coda ricucita. “Non canti più?” chiede. “Non ho mai cantato” rispondo. Cerco il vecchio pianista tremante, per dargli una bussola che non gira e la mia benedizione. E cerco Lui, per arrabbiarmi, per amarlo, per sgridarlo ancora e ancora con quanto fiato avrò nei polmoni e niente potrà esserci di più bello.
Cresce il pathos, i violini incalzano. La tigre e il pianista si rincorrono lungo il perimetro del palco. Il pubblico ride. Dame imbellettate di bianco e di rosso spilluzzicano violette caramellate offerte da bellimbusti in parrucca. La brutta figlia del conte è accerchiata da donnaioli impenitenti, vogliono la dote, eviteranno il letto. La prostituta, resa cinerea dal morbo, si affaccia dalla balconata, ha il cuore d’oro di monete tintinnanti, con la dote della brutta figlia del conte comprerà dei corsetti nuovi e preziose essenze esotiche. Anche la cocotte e l’ereditiera ridono alla pantomima che si svolge sul palco. Anche i dongiovanni e i giovanotti innamorati ridono: un pianista che non suona il pianoforte e una tigre che parla con una vocetta affettata. Ma la tigre e il pianista provengono da lande innevate e tra le pieghe del sipario non riescono a trovare la bussola.
E improvvisamente compare Lui. In mezzo al palco, con scoppi di petardi e nuvole di fumo grigio da gran cabarettista. Indossa un completo da uomo buono per un gigolò anni ’40. “Camicia bianca e cravattino nero…fuori luogo in un simil contesto” commenta sdegnata la tigre. Resta pietrificata. Un patetico felino marmoreo. Sulla sala cala il silenzio. Le labbra delle cortigiane da ridenti che erano si serrano con timore. “Buh!” sussurra Lui con espressione spaventevole. Il pubblico di puttane e cavalieri fugge in un turbinio di crinoline. Nel teatro ormai vuoto la tigre torna di carne e muscoli. Lui getta la bussola ai piedi del pianista. Ricomincia l’eterna pantomima del tempo e dello spazio.
Non sono più la bussola. La fisso anch’io con la tigre e il pianista mentre Lui continua a ridere stringendomi per le spalle. “Non ne hai abbastanza?” mi chiede Lui. “No. Reciterò ancora”. Lui sogghigna. E’ troppo tardi. E allora leviamo leviamo i calici. Nel teatro vuoto, con la tigre e il pianista e la bussola e Lui che stringe con le belle dita il Santo Graal. E’ troppo tardi. Prosit!
Perdersi per strada e non saper più tornare a casa..Sedersi in un bar ed aspettare che qualche angelo custode arrivi, ti riconosca, si faccia riconoscere, ti prenda per mano e con quella stessa mano ti trasmetta rassicurazione.
Mai parlare con qualcuno che ha perso la strada di ciò che è successo.
Potrebbe sconvolgerlo.
Dimenticherà di averla persa.
Sulla strada del ritorno accompagnalo in un altro bar, dimenticate insieme la strada, chiedete informazioni, fatevi accompagnare.
Dopotutto è una colpa perdere la memoria? Ha più colpa chi perde un libro che gli è stato prestato, chi perde il senno..semmai…
Ci sono momenti intermedi nei quali le ghiandole dell’ipotalamo ti cacciano dosi surreali di illusione per le quali tu ti contorci sul pavimento in preda a spasmi epilettici. Ci sono momenti intermedi nei quali il tuo stomaco si capovolge e tu non puoi far altro che soccombere al richiamo della tazza candida nel tuo bagno. Ci sono momenti intermedi nei quali il tuo cuore pesta come se fosse un rullante impazzito e non ti resta che sperare che si arresti di colpo. Ci sono momenti intermedi nei quali guardi la bottiglia di assenzio e ti sembra ancora troppo piena per quel che può essere considerata la tua stasi chimicamente indotta. Ci sono momenti intermedi nei quali il tappeto è pericolosamente vicino al tuo volto e tu raschi il cuscino per sentirti reale almeno un secondo. Ci sono momenti intermedi nei quali la pastiglia ti si blocca nella trachea e ti brucia le viscere così tanto che vorresti attaccarti ad un idrante per spegnerlo. Ci sono momenti intermedi nei quali le lacrime proprio non riesci ad inibire ed allora ti ritrovi chinata su te stessa aspettando delle anfetamine nel letto. Ci sono momenti intermedi nei quali ti domandi se tutto sia giusto oppure no e ti viene voglia di andare a saltare sui tappeti elastici per finire come un razzo nel cielo ma poi realizzi che è una cazzata e te ne stai in giro a caso tirando le tre. Ci sono momenti intermedi nei quali maledici tua madre di averti messa al mondo, e maledici dio d’averti creata così imperfetta, maledici il domani che sarà peggio di oggi di certo. Ci sono momenti intermedi nei quali cerchi l’interruttore del tuo dolore e poi ti mordi energicamente e quando vedi il sangue ti senti meglio, perchè credevi di non averne più invece chissà. Ci sono momenti intermedi nei quali chiedi solo pietà, vuoi solo carezze, cerchi solo di rimandare le questioni e non tenti nemmeno di risolverle. Ci sono momenti intermedi nei quali smetti di respirare supina sul letto auspicando che quell’attimo sia l’ultimo e conclusivo di un giro di giostra inceppata.
Poi.
Poi in un istante. Il momento intermedio finisce.
Ed è solo allora che puoi contare morti e feriti della battaglia. Ed è solo allora che puoi tirare il fiato ed allentare la presa. Ed è solo allora che puoi considerare il tutto come passato.
E respiri.
Il momento intermedio finisce.
Il momento intermedio finisce per tutti.
Una gru, d’agganci e tiranti verderamata troneggia su polvere e roccia,
Arabeschi/araldi in cielo di rondini, macerie di palazzi afflosciati/crollati.
Il sognatore stravolto da veglie di studio di occhi arrossati tra fumi purpurei
Contempla silente la cupa visione e cerca strisciando per terreni dimessi
Una scheggia di pietra pomice da cui leccare un’arida lima di terra – o lama?
E pensa / sussurra / grida questi versi disarticolati sberleffi:
Istanza decadente,
O Salomè, mia principessa reale, maestosa e regale nel tuo collare di gemme,
sovrana di lusso e voluttà, sovrana in un gesto posato, il simbolo vivo – L’Apparition -
recidi il flusso di calme sinapsi, disarticola il cranio stempiato di Battista Giovanni
Moltitudini di vecchi canuti scortati a supermercati di prima periferia, pascoli/ospizi
Da rampanti rampolli di famiglie industriali, cioè figli di vecchi lame d’Ariosto
E padri di emo-emotivamente instabili, la coca del bulbo sgorga dal fiore di loto.
Cenere e fumi e granelli di polvere e terra e respiri ansanti di passanti distratti,
La piramide umana di birilli ammassati s’arrocca su palazzi sempre più alti.
Lo storto, il dritto, il palazzo di Gioia, il naviglio scavato da ruspanti godzilla.
Architettura decadente,
O Salomè, mia principessa reale, il profilo greco e lo spacco retto, corona rubina.
Regina statuaria dopo la danza, regina sensuale nel seno velato da intarsi dorati
Afferra il membro di piaceri orgiastici, schizza biancastra la testa di Battista Giovanni.
Verdi fazzoletti brandiscono bastoni su scalpi di neri senegalesi / africani / immigrati,
che afferrano irosi colletti inamidati/proraso le guance e starnazzanti li sbattono al suolo,
antifurto di auto gracchiano – negro – stridono grida di sangue che cola in tombini lombardi.
La polizia municipale e stradale e doganale e postale e tributaria e scientifica e [giudiziaria e
L’esercito nazionale – festa danzante tra maschere veneziane, ballo di gotici orrori -
Spurgano emisferi temporali; voi, nostri sottoposti, noi: cittadini/sudditi (post nazione)
Costruttivismo decadente.
O Salomè, mia principessa reale, dai capelli intrecciati tra spole d’argento, labbra carnose.
Moglie ed ancella, vergine mia di voglie dischiuse in vetusti profumi d’oriente,
divarica gambe ed inarca la schiena, la fermezza del gesto – Battista, il capo Giovanni.
Scavi di fondamenta, fondali lunari, setacciano il terreno stuprato da milioni di anni
Nulla muove la calma voluttuosa di un lavoro arrestato causa archeologica/Tacito docet,
le mura spagnole dalla pietra annerita, oziano voluttuose nella vasca di terra drenata.
Cardo e decumano, castello Visconti, il progetto del Leo, l’arco al Sempione, il tribunale fascista,
personalità distinte di memorie avulse, smarrite nella città postindustriale (la moda, il design)
Defunti mementi, fissi immobili dopo il danzare storico, fissi nel vacuo cratere/cataratta.
Jukebox di foglie d’erba che furono grida /sussurri / pensieri.
Il mondo è cambiato. E, con lui, è cambiata la vita e l’utilità che ne deriva. N. si era sempre chiesto il perché di ogni cosa, a cominciare dal perché più grande che fosse possibile immaginare. Il perché dell’esistenza, della vita. Questo lo rese una persona triste ed infelice, perché quando non si è in grado di dare significato a qualcosa, si sente, immancabilmente, di stare perdendo il senso della propria realtà. Mentre percorreva la solita strada verso il lavoro, con l’andatura disinvolta, quella di chi si conosce e si riconosce nel posto che il fato gli ha assegnato nel mondo, ripensava ad una vecchia poesia mai finita, ormai corrosa dagli anni e dalle tarme, in quel vecchio cassetto dell’armadio. Non scriveva da tempo e questo solo perché ascoltarsi troppo l’aveva confuso e l’aveva proiettato in un universo menzognero, fatto di niente, eppure così invitante agli occhi della sua mente. Un universo di parole che lo ingannavano, che lo sfinivano di vanesie fantasie. E poi la questione era un’altra. Si rese conto, con profonda lucidità e superficiale malinconia, di pensarla in un certo modo sulla scrittura. Arrivato a quel punto, si chiese se davvero desiderasse che, un giorno, quando non fosse più esistito, gli altri l’avessero ricordato per quelle parole, così lontane e pure così vicine, custodite da sempre nei meandri del suo essere ma impronunciabili agli occhi della più acuta ragionevolezza. Stretto nel cappotto che era stato di suo padre, e che lo faceva piccolo e insignificante, si fermò sul marciapiede, paziente. Le macchine non avrebbero ritardato il loro corso per lui, nemmeno per un secondo. Ma questo gli consegnò del tempo per pensare ancora un po’, per concepire le inafferrabili fattezze del grande progetto divino, quello che, fino ad un momento prima, gli era parso oscuro ed inaccessibile. La scrittura, le parole, le sensazioni, la vita. Un ragionamento quasi sillogistico, perfetto, assoluto. La scrittura era l’unico strumento tramite il quale la vita avrebbe potuto trasmettersi per una via diretta, chiara e mai fallata dall’incombere del tempo. Le parole imprimono il ricordo, la speranza, quello che è stato e quello che si spera verrà. Hanno un potere enorme. In un istante evocano la storia del mondo, le conferiscono un senso e le donano un’immortalità perpetua. N. pensò che fosse giusto rimettersi a scrivere, anche solo per avvicinarsi un po’ di più a quella che credeva la sua vita. Non avrebbe mai preteso di comprendere la storia del mondo o le vite degli altri. Sarebbe bastata la propria. Avrebbe ripreso a scrivere per capirsi, per afferrarsi con artigli taglienti, gravidi di scoperte e illuminazioni che, a poco a poco, l’avrebbero dissotterrato dal torpore di quegli attimi sempre uguali, di quelle ore colme del nulla. Avrebbe rivissuto ancora e ancora. E le giornate che lo separavano dalla fine non gli sarebbero sembrate assolutamente prive di valore, di significato.
La sua giornata iniziò così. Con un profondo respiro in mezzo a quell’aria intrisa di tutto e con un autista che, con un colpo di clacson, lo destò da quell’attimo di assoluta perfezione.
N. attraversò la strada e non si sentì più infelice.
È bella ed ha la pelle scura, velata di ombre.
Ed è unica.
Nessuno ha il coraggio di fermare la violenza. Lei urla, lo fa sempre. Ma chi la ascolta?
Milano è una città violenta.
Luci colorate e manifesti pubblicitari violentano la notte. La città pretende di essere viva a tutte le ore.
Fari.
Lampioni.
Semafori.
Lampade d’appartamento.
Luminarie.
Un assurdo gusto per la competizione, una gara a chi riesce a penetrare con più prepotenza il nero del cielo.
Il cielo di Milano è arancione.
È bella ed ha la pelle candida.
Anche lei è unica.
Un abbraccio di luce fra le montagne. Sono due amiche, loro due.
A Milano non c’è tutto. Manca la luna.
Ho letto questo discorso di Calamandrei pochi giorni fa su un settimanale. L’ho trovato disarmante. Gli uomini così dove sono ora che sono indispensabili? Non voglio fare del qualunquismo, ma ho sempre più paura che qualcosa non vada. E’ forse la televisione che ci rincoglionisce? La mentalità è regredita? Perchè non ci rendiamo conto che stiamo sprofondando?
Sempre meno parole.
Ma..
Grazie Piero, un grande uomo.
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http://sunfree.wordpress.com/2007/10/29/calamandrei-discorso-agli-studenti-milanesi-1955/
OFF TOPIC: Discorso veggente del 1950
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.
Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”
Piero Calamandrei – discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l’11 febbraio 1950
Per gli amanti del genere,
Sogno numero due
Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l’aorta e l’intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell’ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa
della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.
Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l’indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.
Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?
[Grazie, buon Fabrizio...]
Era una fredda mattina, da crampi all’addome e spasmi convulsivi all’estremità. Una volta sentitolo nelle ossa il vecchio, socchiudendo un occhio per focalizzare il più lontano possibile, con un’espressione contrinta e arcigna, le rughe contratte in uno sforzo di concentrazione, dato uno sguardo, sotto le ispide e incolte sopracciglia, all’inclinazione dell’ancor oscura luce dell’alba e alle deformi orme lasciate dall’ombre dei rami già sterili e morti. Predicò che era il primo giorno dell’anno, sapeva in che costellazione si sarebbe trovato il sole quella notte e con quali effetti, i meccanismi oliati e silenziosi delle influenze non avevano segreti per i suoi timpani stregati, percepiva le stridenti vibrazioni che avrebbero portato senza difetti la concatenazione d’effetti a compiere quel che nel tentativo di svelare aveva solo coperto di parole, ma che puntuale sarebbe maturato, consumando il suo cammino. Sentiva gli scricchiolì causati dall’attrito che gli ingranaggi facevano schiacciando piccoli destini controcorrente, l’infrangersi continuo e disperato, gli spasmi che scotevano alcune rotelle sconvolte, come onde gridando un rumore come un mugghiare, un ruggito di orgoglio ferito, un mugolìo prima dell’ultimo schianto. Li sentiva tutti come fossero dentro la sua testa, suoi. Eppure sapeva che niente avrebbe potuto fermare quella macchina in moto, quello spaventoso prodigio che nel bruciare produceva combustibile, inarrestabile come una valanga avrebbe presto o tardi sommerso ogni cosa con una coltre ovattante, fino a che proprio quel velo non fosse diventato ogni cosa fatalmente svuotandola. Ma ancora una volta si sentì riempire da una vampata di calore che lo fece rabbrividere in uno sfrigolìo, ogni microcosmo dentro di lui in un tremito vibrò, credette quasi di vederli pulsare come fossero attaccati da una scarica di formicolì, impercettibili involontari scatti nervosi improvvisamente palpitanti, la pelle d’un soffio irruvidita e una calma stanchezza pervaderlo mentre accumulava potenza. Questo lo portò lontano, come in coma mistico controllato spense quelle funzioni che aveva iparato a padroneggiare, affievolendosi potè quasi udire la presenza di tutto il resto, sapeva di dover scoppiare come una bolla di sapone per tornare a completare l’aria, sapeva come goccia o ghiaccio avrebbe fatto ritorno all’oceano indistinto che l’aveva fatto emergere, toccava i limiti scivolosi ed effimeri della gabbia della sua esistenza nella quale aveva corso il rischio di abituasi a stare. Bagliori color benzina, riflessi su Cd, piccoli arcobaleni artefatti rilucevano attraverso la vitrea e fragile bòccia, si sentì minuscolo quanto un fotone e trapassò il filtro a forma di collo di bottiglia che proteggeva il mondo, sentiva che stava penetrando entro se stesso, si calava sempre più in profondità e sentiva di essere proprio uno dei centri che aveva visto prendergli vita dentro, era solo una parte del corpo, qualcosa che brillava minuscolo eppur indispensabile come qualsiasi pezzo di un puzzle. Provò a diventare il vuoto, un suono, provò a spegnere ad uno ad uno i sensi, trasformò i suoi occhi in pietre splendenti e poi si tramutò in marmorea statua, controllò la sua respirazione finchè, dopo immani svarioni si dimenticò anche di quello, abbassò il volume dei pensieri fino a sentirli lontani in un amorfo e impersonale mormorìo di sottofondo, come una cascata immaginaria. Si convinse che la realtà era solo dentro la sua pelle, che il suo corpo fosse puro volume nello spazio, un buco nell’agglomerato buio di materia onnipervasiva, sentì di essere un tubo in cui la realtà si autodigeriva per comprendersi, attraverso le due coppe degli occhi la realtà si riversava con forma semisferica ovunque egli guardasse, in ogni direzione. Sentì che il suolo lo teneva sospeso, quasi àncorato eppure lo spingeva, sentiva chiaramente una forza opporglisi e respingerlo
Le lingue sintetiche non agglutinanti sono invece dette lingue fusive poiché combinano insieme affissi da “compressione” (in inglese: squeezing), modificandoli drasticamente per giungere all’unione di parecchi significati in un solo affisso (per esempio in italiano, un solo breve suffisso verbale può indicare il “tempo passato, modo indicativo, prima persona singolare”).
Il termine agglutinante è anche usato a volte come sinonimo di sintetico, anche se tecnicamente ciò non è vero. Quando è usato in questa accezione, la parola abbraccia in senso generale sia le lingue fusive che quelle inflessive, la cui distinzione risulta meno netta di quanto si possa pensare. Entrambe possono essere considerate due conclusioni di una stessa continuità, con varie lingue che ricadono più verso un’estremità rispetto alle altre. Infatti una lingua sintetica può presentare caratteristiche agglutinanti relative al lessico ma non al sistema di casi; come avviene ad esempio, nel tedesco, nell’olandese e nell’esperanto.
qui mi credo chissà chi, perchè, chissà, chi, crede chissà cosa di me
le cose belle scivolano via
ma come i viaggi lasciano la scia
sciami di scintille che si sciolgono
scoppiando in un crepitio abbagliante di neve schiacciata
si spengono gridando il loro ultimo sguardo
affogano in fiumi di fumo e buffa bolla di nulla
Uno scrosciante ruscello di scintille scemava come uno sciame scendendo quasi a sciogliersi, trascinato come un fascio di luce in un crescendo di scie ascensionali talvolta lasciandosi scivolare scindendo la notte come una sciabolata a fendere lo sciabordio dell’onde liscie che sciacquano il bagnasciuga.
je svario rave revival revers varese
sferica se diventi obeso ti sposo
io per averla mi taglio il cazzo
conditamente indico l’indaco
M piuttosto vendiamo la peste
lungidamente l’utensile amoroso
dove sono ..???????….le ore? le cartine? ti sei persa?le tue sigarette?nella memoria?una cartina?
dove che ore sono??? che ero sovrapensiero
e il tipo speciale col tipo, un qualcuno qualunque,kurt tatuato sul braccio cresciuto con lui
thesaurus= antidiluviano
chissà quante generazioni di accidiosi e svogliati ci vorranno per aver Tutto tradotto
ancipite: ambiguo, dubbio, incerto …; di lama: a doppio taglio
parusia: la presenza nel mondo sensibile dell’essenza ideale, l’indicibile si nega, l’ideale scende nel reale nell’attimo dell’opera d’arte
aporia: afasia dinnanzi al paradosso della contraddittorietà. problematicità aperta
(errata corrige!)
Com’è che non vedi quanto peso la mia vita e la tua? E le confronto per capire come sia possibile per me vivere in posti che non m’appartengono?
Io vorrei viverti e capire come sia ascoltare suoni familiari, desiderati e posseduti da sempre.
Idolatrata prima. Abbandonata ora. In cerca di un come e un quando.
Fa male vivere a metà. Il cuore e il cervello divisi. Si cercano, si bramano ma mai riescono a trovarsi.
I nostri mondi si scontrano e aspetto che qualcosa di biblico ci riaccordi con questo leitmotiv. Lo capisci che non vedo più lontano di così?
Il giorno è ormai una sottile linea che si curva, che mi soffoca. Divisa a metà aspetto la fine del mondo che non arriverà. Divisa a metà cerco di mantenermi intatta, stabile fin quando saprò cosa fare, fin quando le ruote si arresteranno e io potrò passare. La mano invisibile dello scrittore della mia storia mi guiderà verso l’epilogo. Ma non ora. Devo espiare, guardandoti lontano. Io non vedo che l’assenza. Riesco a scorgere unicamente quanto c’è stato dietro di me. Ho sbagliato tutto e ormai tutto è perduto.
Potrò mai ricominciare? Costretta in un corpo monco, mi arrabatto per questa vita, che è tutto quello che mi resta. Quando smetterà d’essere?
Tutti arriveranno, prima o poi. Ma non io.
Tuttalpiù anzicheno inveroche gianonche non sono.
schermo: di vita; piatto, fine, finissimo, di qualità
La lingua è una valuta, funziona esattamente nella stessa maniera (essendo una convenzione sociale fondata sulla fiducia) e ha le stesse proprietà:
la profondità ne misura la forza; l’estensione è l’ampiezza del mercato; la capillarità è data dalla frequenza e inversamente proporzionale alla varietà delle singole transazioni quindi dalla capacità o ricchezza del dizionario fratto la sua flessibilità.
Il Thesaurus è una foresta in via d’estinzione.
Nel cuore della lingua proclamatasi la più profonda d’europa nell’era attuale, perchè più vicina al greco, a Monaco, sono raccolte tutte le parole in tutte le accezioni in tutti i testi in tutti gli autori in tutti i secoli in latino.
Il Thesaurus è una banca dati, ufficio di cambio.
thesaurus è un tesoro ed è antiquato; è una memoria solo potenziale nonostante sia tangibile; è storia preistorica se paragonata al supporto telematico infinito seppur virtuale.
Con un click bruceremo la foresta fitta di segni e con un click sarà ovunque sotto forma di co2 via cavo sui binari dei pixel, ci basterà un click.
Per te vorrei trasformare il segreto di una lacrima
In una poesia
Che come un fiume scorre
Su di un letto di carta.
Ma per svelare il silenzio
Di una goccia
Occorre eliminare il chiasso
Che il ricordo di te afferma senza riguardo.
Necessario rapire alla nascita l’emozione,
Isolandola dal suono.
Quanto rumore,
il cadere di questa lacrima!
Pesantissima sintesi di un oceano,
lunghissimo appare il tuo movimento deciso
nello scontrarsi con quella dimensione
negata di spazio.
Soffoca nel tragitto di un attimo
Il respiro annacquato.
Goccia che mi bagna le labbra
Gonfie di pianto.
Spaccano, queste, il nulla assordante
Che la tua mancanza va a soffocare.
E ritorno poi a respirare
Nel tempo che non si è mai fermato
Ad ascoltare
L’estremo silenzio di una goccia che cade.
poca luce – fioca
occhi appannati
stiracchiati e mordi l’aria
poco vento – lento
tremano le foglie
sulle nere braccia spoglie
Applicando un processo di stilizzazione convenuto si potrebbe protrarre lungamente, o filologicamente troneggiando lungimenti,un sintomo che testimoni quell’ infinita diatriba di per sé favolosa volta ad un’incontestabile processo di scontro incontro convenzionalmente accantonato, forse perché anche troppo doloroso. Nulla di sconvolgente, se nonché poco malleabile al flusso indistinto dei luoghi comuni, diaspora di corrotto materiale intellettivo elargito secondo le più normali norme del buon egoismo; e per questo sostanzialmente inconsistente. Velleità sconclusionate ne muovono le fila, perpetrando un ritmo tanto noioso da sfuggire persino la normale banalità solitamente in auge, molestando persino i più barbosi e sconsolati.Il solito colpo di fortuna, utopia e disincanto.
beh un pò per parcondicio ve ne posto una della Candiani e preciso che è una gara tra libri di poesia editi nel 2007…più contemporanei di così si muore
A Marina, Osip, Sergej, Aleksandr, Vladimir.
Non esotici uccelli
ma abituali abitanti del volo
non solo fucilati
ma con metodica semplicità
assediati
dal pettegolezzo del Bene Comune.
Come risolvere l’enigma
della presenza della poesia
quando perfino il fruscio
dell’erba è delatore?
I morti seminano canti
che sbocciano in uccelli
che seminano canti.
***
http://baghetta2.splinder.com/post/15320647#comment-41442847
è un concorso di poesia in cui voi potete commentare e votare il/la poeta che preferite, non pensiate ch’io voglia influenzarvi perchè il link vi porta direttamente a quella che io trovo la poesia “più semplice e delicata”
sembrerà strano che la trovo con parole altrui, ma non ne trovo di migliori
Una banale visione apocalittica di viltà punita balena perseguitante, caracollandosi sulle note di un motivetto talmente schifosamente palloso da essere inadatto persino ad uno spot pubblicitario proponente saponette per la cura e l’igene di un deretano sfibrato e sovrappopolato dal logorio cui gli sfinteri hanno dovuto sottoporsi all’ indomani del Grande Lavoro. Forse la leva obbligatoria non era poi così male, avendo cura di non far crescere la sempre nevrotica gioventù maschile con la piena coscienza circa l’utilizzo d’ armi da fuoco. Eccheccazzo, uno non può mica essere così indeciso tra bocca, orecchie narici e quant’altro. Pure, questo è tutto più sfumato; persino in quel maledetto gingle risuona una leggera variazione melensa, difficilmente contestabile. E certo un nugulo di schizzi densi e colanti non possono esser d’ aiuto a rintracciarne la patria, l’ origine, la natività. Un vuoto,
un buco, un mare pulsante gettato dovunque occorra. Nulla più. E lasciamo perdere le postille tragiche o le solite
litanie, qui stiamo parlando di coscienziosa autoflagellazione. Ma no, a chi si vuol darla a bere questa stupida inutile fuga, questa birra,sequela di birre, gran mal di testa da stronzo,tenaglie sui reni, groviglio di filo spinato e tutto il resto. Anatomia spicciola di stampo idealistico funzionalista dal vostro rivenditore autorizzato lobotomizzato azzardo non apprezzato. Tutto sommato la gratitudine non riguarda più granchè, ora distesi e crogiolanti. Inutilmente.
La vergogna non s’allontana mai dalla sua putrida carogna, nemmeno per andare a pisciare.
Solo un’ultima pennellata di beffardo cinismo al più glorioso dei capolavori. Fossi in Lui ne riderei gustosamente compiaciuto.
IDEONA: invece che mettere nelle cassette delle poste il bennet o il mediaworld o chi per essi dovrebbero mettere i loro fottuti giornali sui parabrezza delle macchine, nessuno li leggerebbe più di quanto fa ora in quanto seppur freschissime e utili le notizie sarebbero raggelanti
Uno sparo lontano nel vuoto e ti giri stupito, gridando perdono per tanta insolenza, pur non credendo che in tutto quel verso si nascondesse poi villanità. Scegli di esser misericordioso, l’ hai fatto più volte con tutto quel garbo che assai si confà ad un lottatore di stirpe perversa; e suvvia ti accativi il sorriso che più ci sovviene, poi cerchi spaurito nel regno di dove un finto riguardo al vociare indistinto. Che temi ti possa sfibrare, agendo possente con tutto il suo male dinnanzi al costume ormai inusitato di ben riguardare il proprio candore, da comparsa, di certo, sporcato dal fango che sgorga impetuoso da luride gole assetate del putrido sangue oggetto d’ogni goduria.
Trasali impaurito e ti pervadi di nebbia, spettro di quel mondo festoso in cui partorisci quintali e quintali di merda che ben lietamente si riversano al suo inadeguato mittente con beneplacito d’ un bieco pastore, che tutto vuole e spesso, beffardamente, se ne compiace e poi di gusto ne ride.
Che gli dèi muojano,rende la morte ancora più insolente.
Gli dèi,nutriti di adorazione,affamati nell’anonimato, ricordati dai poeti, e solo allora eterni.
La cosa più dura: dover tornar sempre a scoprire ciò che già si sa.
Ancora mi trovo stonato in quel piccolo, schifoso, angolo di creato, vestito della sola pura gradevole vergogna, bisbigliando dolore e parole d’ un solo infinito variopinto getto. E credo alla totale spregevolezza di quel tal gingillo posto dinnanzi ad ogni sbocco d’ arcobaleno. E rimango impietrito, cercando di palesarmi quanto svogliato sia il mio debole impregnato cervello, che nulla frappone al proprio totale rigetto. Tanfante quale il più vile dei peccatori, brancolo sperduto cercando conforto nel misero smarrimento di un barlume di decenza, sperando che mai mi riabbia da un tale sconquasso per non mai svilirmi in questa mia totale debolezza.
Vorrei poter vomitarmi la vita sui piedi.
se chi dorme non piglia pesci finisce che chi piglia pesci non dorme, magari per la puzza, magari perchè è stanco di doversi sottomettere ai ciclici bioritmi che gli impongono ore d’oblio ogni tot ore di attesa per dei pesci che se dormissero non li pigli mica più, senza sogni e senza soffrirne accetta l’esattezza dell’ineluttabile, la giustità del normale e la verità del quotidiano, si arrende e inizia a contare i pesci…
Finalmente volsi lontano lo sguardo,per non nemmeno sbadatamente cader nell’ignobile tentazione d’imbattermi in quell’marasma di indicibile stucchevolezza che permeava l’ intero tutto intorno circostante.
Nemmeno un unico sopravvissuto in un abominevole mondo mortifero,dannatamente puzzolente. Di quel puzzo insostenibile in principio,che poco a poco ti pervade in maniera così suadente,facendoti pensare”Ehi,non è poi così male…”,diventandone un veicolo portatore passivo,quantunque magari a targa dispari e buono solo per il giovedì. Beh,lo sguardo non era poi neanche così lontano;in realtà se ne era andato per i cazzi suoi con una tipa del Wysconsis,o Wyioming…va beh,w sti cazzi,abbandonandomi solo, pur vicino, col problema di respirare a occhi chiusi e orecchie tappate,perchè,come noto,il rumore straripa spesso nell’olfatto specie nelle sporadiche giornate luminose d’oggidì.
Per giunta, non credo nemmeno fosse una cosa davvero da finalmente,nel senso iperbolicamente eroico magari attribuitogli storicamente per le gesta d’un tempo colmato quel giorno infinito portato a memoria d’un prode destriero.
Vogliasi giustificare l’insufficienza di particolari. D’altronde le scolaresche non son più quelle d’una volta.
scherzi da prete, denti da cavallo e …giochi di parole
soltanto sensonanze costruite ad arte da secoli di evoluzione linguistica:
sono qualcosa di più che parole affini, e se talune suonano prive di analogiche connessioni si deve ammettere che altre hanno un potere evocativo ed estetico non indifferente.
un intreccio tra assonanze e tra art e
adoro il letto che odora di te e diletto
o di odio dio ; il tiro di rito
tetro retto /atrio troia /ridacchio radicchio…
i
etti
d’etti
i d’etti
ettari d’etti
nettari detti
in ettari d’etti
i nettari detti
anonimo
non è certo un nome che reca il volto eppure suona misteriosamente come una chiave
un gesto cui siamo educati per non confondere le convenzioni
chi ha detto cosa ? e dire è
scegliere chi dire di essere
lo pseudonimo è solo un ombra sulla maschera
e sono le ombre a dividersi
non la personalità
sembra più importante chi ha detto che cosa
che cosa
di ideale il lettore non ha un granchè, gli occhi reali dietro lo schermo di finto vetro, annaspa come imprigionato in un acquario di cristalli.
è ideale perchè non esiste, è ideale perchè, a differenza del chiunque a cui io posso rivolgermi, lei (il sesso è una questione di gusti) è solo implicitamente coinvolta,è un’inconsistente presenza diversamente da voi narratari, ma è lei che devo impressionare, è a lei cui (il che era troppo polivalente) intimamente mi rivolgo, lei è l’orecchio che percepisce l’energia e la tonalità, il tatto con cui compongo, lei si immagina la silenziosa tensione nella scelta della prossima parola, lei è lo schermo spento e scuro in cui vedo il mio sguardo, lei è immortale e senza tempo fino a che il blog non implode.
Il blog è un immortale che ha la capacità immensa di potersi suicidare, non è un rotolo di carta per…è una vetrina dove il lettore ideale si specchia.
(chiedo venia caro narratario per le sensonanze da tastierista principiante e l’abuso della parola specchio che di solito dietro c’è un muro e non molto altro).
“un uomo senza religione è come un pesce senza bicicletta”
la moda impera che tutti fuggano la massa, essere esseri unici come tutti gli altri
fuggono il contatto anche solo lo sguardo ognuno ha schifo di tutti; della massa che ci ingloba deforme, mai sazia divora parole e vorace consuma beltade…cosa vorrebbero loro da me?
silenzio…sarebbero disposti a pagarlo, un bel silenzio metropolitano,quel silenzio che cercano gli occhi nelle scarpe,che le abitudini rincorrono per strade consunte di sfuggita, quel silenzio assordante che penetra nello sguardo vuoto di chiunque, quel rumore di sferragliamenti preferibile all’amaro violino lamentoso e stridulo..oppure cose che potrebbe dire chiunque in qualunque contesto. qualcosa di attuale o di dimenticato qualche sensazione che si sono lasciati scappare che vogliono succhiare fuori dalle parole,raramente vogliono qualcosa di nuovo, la ripetizione li rassicura, non vogliono imparare niente di superfluo,vogliono che sia veloce e non indolore, vogliono dolore a bizzeffe per sentirsi vivi,per poter immaginare di suscitare compassione, vogliono menzogne,vogliono nonostante tutto continuare a dormire
abbozzo di casa con scatole annesse e bendaggi, coperte. Scoperte di donne, le membra. Gli amici. Orsù gli amici, un carciofo, il fumo che aleggia in un’atmosfera un po’tersa. Di oblio e mancanza, la dimenticanza. Ci si sente quasi, quasi dico, in un posto quasi accogliente. Certo le pareti bianche, alte e fredde. Si sente il respiro del gas che flette, una stanza decente; si può dormire? Il campanello, facce note che tornano. Vacanze, com’è? Le carte. Embé. I soffitti alti, arrivarci? E la musica abbozzata di plicchi e plicchicchi che sussurra all’orecchio ricordi di te, ma lontani, stasera. Gemiti di grida. Il martello dov’è? Il martello non c’è. E la tosse con un po’di catarro si perde nel rumore della pioggia sull’auto che corre e ricorre cercando qualcosa che forse anch’io. Anch’io corro e ricorro e ricerco qualcosa, una luce. Sotto la pioggia di questo perché che sguscia sotto le fibre. La pelle. E i party? Li vedo le luci dei party e corpi che danzano (?), che si muovono diciamo. E una grancassa rullata si perde tra le gocce di acqua e catrame d’asfalto. E il bello del brutto qual è? L’estetica di una distruzione. Della distruzione, e Paci che beve alla fontana del parchetto. La statale alle spalle e la luce negli occhi. Muore nel 77. e io nel 77 dov’ero? Ah giusto…non c’ero.
giuro sono due giorni che voglio scrivere orio al serio… io scriverei per la gente in una stazione tu fermo che li guardi, come uno statista, e loro che passano..pensando(non loro) che ogni vita andrebbe raccontata
e che per fortuna non lo sanno
il pubblico è il malcontento, bisogna infierire su qualcuno; trovare un capro; magari un rivale, un fottuto concorrente, bisogna lasciarli con la morte in bocca dopo che hanno riletto
oppure per la fottuta gente del metrò.mai sazia di parole che ammassata fugge il contagio
Mi dicono, dalla regia, che ogni autore pensa al proprio lettore ideale.
Io lo cerco, vagando in centro, e urlo sgomento chiedendo:
“narratario dove sei?” e fermo persone
Signore e ragazzi, barboni e vecchiette.
Attraverso viali, cammino nei parchi.
Cerco sui ponti, esploro capanni.
Ma questo narratorio, dove cazzo è?
[25 000 copie distribuite in tutta Milano:
cercasi narratario.]
la parola,
si sa,
si sente
non è come si vuol dire
è come detto
se cerchiamo il significato di una voce nel parolario, cerchiamo invero il suo lemma utilizzando il modo infinito nel tempo presente, la forma rappresentativia di tutte le sue forme flesse, cerchiamo il richiamo semantico canonico per eccellenza, questo è un lemma
ci sono sequenze segniche che evocano al di là di ogni contesto estrapolate dal corso del discorso assumono ogni possibile volto non solo analogicamente sensazioni condivisibili telempaticamente
ci sono suoni che ammaliano ed esprimono senza voler propriamente dire qualcosa
estrapolate dal corso del discorso assumono ogni possibile volto sono il velo su cui leggiamo il mondo
la parola non è solo mezzo e contenuto del dire,la parola è un gioco equivoco,parole affini si connettono nello spazio
si ripetono
non è solo convenzione o invenzione non è solo in evoluzione
certe parole sono frivoli balzi oltre soglie, sono vette di ghiaccio di acciaio e di ovatta
la parola squarcia il foglio, ricama realtà, dipinge lo schermo