Tutti insieme in paradiso
Era il 6 dicembre del 2011 quando Pietro Godardi, brillantemente laureato in Economia e Commercio e stagista da sette mesi, si risolse a esplodere. A beneficio del lettore è necessario chiarire che qui non si sta parlando di un’esplosione metaforica; al contrario il ragazzo scoppiò materialmente, pur senza alcun rumore di sorta. Immediatamente la notizia si sparse sul web e poi in televisione, sui telegiornali e i talk-show. Gli amici del ragazzo si dichiararono spiazzati dall’evento. I genitori preferirono non essere intervistati. Studiosi illustri accorsero dalle zone più remote del mondo per cercare di interpretare l’inquietante fenomeno. Un noto conduttore televisivo, per cercare di comprendere la dinamica dell’esplosione, fece costruire un plastico da mostrare ai telespettatori; alcuni giornalisti, per conto della stessa trasmissione, intervistarono lo psicoanalista che aveva in cura il ragazzo. Questi era uomo posato, dalla corporatura esile e un velo di barba sul volto.
– Io potrei sapere di cosa si tratta – disse. – Ma il segreto professionale mi impone al silenzio. Così parlò.
In quei giorni qualcuno si introdusse furtivamente nel suo studio, trovò le trascrizioni delle sedute che avvenivano con il ragazzo e le inviò per posta ai principali quotidiani italiani. Furono immediatamente pubblicate.
Di seguito si riporta un passaggio significativo.
– Mi faccia capire bene. Vorrei approfondire questo aspetto specifico. Secondo lei il suo problema sarebbe di natura meta-individuale?
– Esattamente.
– Del resto è solo lei ad avere questo malessere…
– E con ciò? Mi faccia spiegare, dottor Filastò. L’altro giorno ho avuto uno dei miei attacchi, in ufficio. Ho cominciato a sudare. Mi sono allentato la cravatta e ho sbottonato il colletto. Attorno a me c’erano tre colleghi; osservavano fissamente lo schermo del computer. Così mi sono domandato: ma cosa ci sto a fare qui? Questione banale, si direbbe. Ma decisiva. Non crede dottore?
– Continui, la prego.
– Mi facevano male gli occhi. Ecco. Si trattava di questo. Sentivo una pressione proprio qui, sotto la palpebra destra. Tocchi, dottore. Tocchi!
– Sì, sì… ma continui…
– Quando cercavo di socchiudere le palpebre vedevo le stelle. Ero ininterrottamente di fronte al computer da sei ore. La testa quasi mi esplodeva. Così ho pensato che dovevo andare in bagno e mi sono alzato di scatto, facendo stridere la gamba della sedia sul pavimento. I colleghi mi hanno guardato con sorpresa. Ma cosa fa, si alza? E per fare cosa, poi? Per andare in bagno? Mi creda, dottore: era come se fossi tornato alle elementari, quando per uscire dall’aula dovevo chiedere il permesso alla maestra. Così al dolore della testa e degli occhi si è aggiunta una paura paralizzante. Ero letteralmente atterrito e sono rimasto immobile, sospeso fra la sedia e il tavolo. In quel momento mi sono reso conto che il supervisore era entrato nella stanza.
– Come la fa sentire ricordare tutto questo?
– Come mi fa sentire, dottor Filastò? Ma come diavolo vuole che mi faccia sentire? Dovevo andare in bagno e non mi prendevo un giorno di malattia da quando ero entrato lì dentro. Ero andato al lavoro anche con trentanove di febbre. Infatti l’avevo attaccata a Nicola, e Nicola l’aveva attaccata alla sua ragazza Marta; e Marta aveva diffuso il virus nella sua famiglia. In poco tempo Roma era infetta. Una pandemia, dottore. Mi creda!
– Ma non poteva semplicemente dire che doveva andare in bagno?
– Ah, dottore! Mi meraviglio di lei! E se poi mi avessero licenziato? E se poi avessero pensato che fossi un incontinente? Un incontinente non è affidabile. Bisogna essere precisi, perfetti, inappuntabili.
– Ma scusi, lei è uno stagista. Come potrebbero licenziarla se non è neanche stato assunto?
– Non c’è lavoro, dottor Filastò. Di conseguenza bisogna adeguarsi. Che importanza può avere la mia laurea? Ormai sono tutti laureati. E ognuno pesta i piedi agli altri.
– Ai miei tempi si diceva “tutti insieme in paradiso”. Perché, invece di competere fra voi per le briciole, non iniziate a costruire reti di solidarietà?
– Reti di solidarietà? Ma dottore, lei evidentemente proviene dal Giurassico. Homo homini lupus est. Ecco qual è il nostro pensiero. Chi non si adegua viene fagocitato. E poi, lo vede? Anche lei pensa che il mio sia un problema di natura meta-individuale.
– Ma io non mi riferivo a… insomma, al suo problema. E cosa è successo dopo?
– Nulla. Me la sono fatta addosso.
– Se l’è fatta addosso?
– Letteralmente. Non sono mai stato molto coraggioso.
– E poi?
– E poi mi sono riseduto. Il supervisore mi ha chiesto se per caso avessi intenzione di andare in bagno. Io gli ho risposto di no, nossignore. Potevo mica far perdere tempo al sistema-azienda. Dovevo dimostrare un fiero attaccamento a questa piccola collettività tesa nello sforzo della produzione. Così me ne sono stato in silenzio, chino sul computer. Fuori dalla finestra iniziava a nereggiare. Si sentivano i clacson strombazzare; mi martellavano sui timpani. Nel frattempo i miei colleghi si turavano il naso a causa della puzza di urina. Ma non dicevano niente, anche loro dovevano dimostrare attaccamento al sistema-azienda.
– Sì, mi rendo conto.
– Si rende conto, dottore? Io non credo. E poi, come le ho detto, quella sera successe una cosa strana…
– Il suo disturbo?
– Sì. Iniziai a sentire un peso all’altezza dell’imboccatura dello stomaco. Ma non stava fermo. Era qualcosa che si muoveva. Scalciava.
– Le consiglio vivamente di farsi visitare da un medico.
– Non lo so. Non mi fido. Mi sento scalciare, dottor Filastò. Capisce?
– Capisco, capisco.
– Posso raccontarle un sogno?
– Ci mancherebbe. Siamo qui per questo.
– Dunque: ero nella mia stanza, guardavo un quiz televisivo e le immagini della tv mi illuminavano il volto a tratti. All’improvviso la televisione ha iniziato a ingigantirsi e mi ha risucchiato dentro. Ho cercato di resistere; mi sono aggrappato al letto. Ma è stato tutto inutile: un momento dopo ero in riva al mare, disteso su una spiaggia con la sabbia del color della pece. Di fronte a me c’era una tempesta. Flutti di fuoco si agitavano sopra un mare catramoso. Era notte. Poi dall’acqua sono sorte alcune ragazze e all’improvviso mi sono trovato in una piazza, insieme ai miei colleghi. C’erano tantissimi giovani che intrecciavano le braccia l’uno con l’altro per fare cordone come se lì di fronte ci fosse la polizia pronta a caricare. Ma lì di fronte non c’era nessuno, infatti le urla erano rivolte contro il cielo che continuava a essere nero. Poi finalmente è sbucato il sole. I primi raggi di luce si sono fatti largo fra i nostri volti e hanno raggiunto l’asfalto della piazza. Nicola, che in quel momento stava vicino a me, diceva che era tutto merito mio. Mi ordinava di spingere e io non capivo. Spingere in che senso? Spingere cosa? Spingi, spingi, spingi! Così ho preso a spingere e a spingere e a spingere, pensando che di lì a poco sarei esploso. Era come se stessi partorendo, però al tempo stesso avevo una certa paura. Del resto tutti mi gridavano di spingere. Spingi, Godardi! Spingi, spingi, spingi!
– Molto interessante, Godardi. Adesso però passiamo all’analisi della sua vita sessuale.
Questo è quanto resta a disposizione sul caso del ragazzo esploso. Blaise Pascal ne Le Provinciali ha scritto: “Il passo estremo della ragione porta a riconoscere che ci sono innumerevoli cose che la sorpassano”.
Si auspica che i lettori facciano tesoro di questa massima.
Filed under: racconti | 28 Commenti
Etichette: Riccardo Fraddosio

Bravissimo, la struttura del racconto e’ molto interessante! Questi passaggi improvvisi e inaspettati…grazie a loro c’e’ un’inquietudine che si vede e si sente leggendo. Chissa’ come funzionera’ questa tecnica con altri temi e circostanze, sono molto curioso di scoprirlo. Complimenti!
Un racconto surreale ma drammaticamente collegato alla realtà odierna di una generazione precaria e senza futuro. Un racconto scritto con tempismo, brio ed ironia.
Un bel racconto originale e di attualità. Ci invita a riflettere sulle nostre vite…
Bravo! Che piacere leggere il tuo racconto così originale ed attuale…complimenti continua a scrivere perché ne vale la pena e si vede che hai cose interessanti e stimolanti da dire!
la penna sembra felice di correre sul foglio… se lo sei anche tu, non cercare di fermarla.
Auguri
Gianni
Non è un racconto ma un grido “assistenziale” , si leggete bene non voglio dire “esistenziale”. E’ l’urlo prima dell’esplosione di tutti noi figli senza più Padri e non intendo solo i genitori. Riccardo/Godardi è un “precario” della vita come tanti di noi o forse come tutti noi, ma ha un dono in più…..ce lo sa raccontare. Grazie.
Bello, attuale, piacevole.
Uno stile che incolla davvero gli occhi al testo.
Frase dopo fase chi non si riconosce in questo folle mondo che corre e si trasforma.
Chi non s’identifica nelle paure e negli affanni di questo simpatico Godardi.
Una bella lettura, una bella scoperta!!!
è nato un formidabile scrittore! Complimenti: il futuro ti arrecherà sempre più soddisfazioni.
Lucidissimo! Se tutti avessimo la vista acuta di questo brillante autore probabilmente non ci sarebbe bisogno di scrivere racconti così attuali nella loro analisi.c’è di che riflettere sia sul messaggio del racconto che sulla statura di chi lo ha scritto.mi auguro di vedere presto altri suoi lavori.complimenti
Bravissimo
Coinvolgente. Fa riflettere e dà una scossa. Apre (anzi fa esplodere) le storie chiuse. Per dirla con Deridda “è la fonte impresentabile della presenza”, per cui “il significato è nel lascito in sospeso, nel non detto, nel concetto in movimento…”. E’ così, forse, che ogni pensiero si rende “disponibile all’imprevedibile”, alla costruzione di un nuovo senso. Bravo, scrivi ancora!
Complimenti. Surreale e attuale. Una foto in cui molti si ritroverebbero, Kamikaze di loro stessi per il posto di lavoro.
Geniale, kafkiano, dove la realtà si perde. Ma terribilmente attuale con questa ossessione della produzione, che poi, da sola, serve a ben poco, come sanno gli imprenditori del made in Italy. Ci vuole passione non solo ritmo per produrre cose che poi abbiano un mercato. Bravo Fraddosio, continua così.
Ho sempre pensato che non ci sia nulla di più reale , concreto e fascinoso del momento del parto . Questa nostra epoca di gestazione , che si prolunga in doglie sofferte , mi auguro che culmini in un fantastico senso collettivo . Le tue parole e i gesti di Godardi mi hanno fatto riflettere su questo . Complimenti questo racconto è saturo di acuità e forza!
“Ne uccide più la penna che la spada” scrisse Pellico alludendo ai tiranni: si trattava di svelare a tutti “il Re è nudo!” della realtà. Ma poi fu inventata la “soluzione finale” televisiva (cit. Sturmtruppen) e i tiranni , o meglio la loro imitazione monetaria da operetta, hanno cominciato ad usare l’antenna per sovrapporre alla realtà reale una realtà umorale (non solo patinata, ma all’occorrenza anche lacerante) finalizzata al proprio tornaconto ed alla propria autoconservazione. Ora, finalmente, il surrealismo di questa novella ci soccorre e torna per mostrare a tutti che, anche se ha vestiti proiettati sul corpo, “le Roi est nu !” Ci voleva proprio. Grazie
Sono d’accordo con Susanna, spingere per resistere. Complimenti all’autore!
Come un medico hai analizzato la malattia del nostro tempo, acuto e coinvolgente. bravo!
Più che spingere direi resistere, resistere al contagio della “rinocerontite” come fece Berenger nel Rinoceronte di Ionesco, unico superstite della razza umana al quale non erano spuntate le corna…e senza mai pentirsene. susanna
Complimenti!Veramente molto bello e soprattutto originale.
Il racconto è surreale, ricorda un po’ nello stile quelli di Giovanni Papini del 1906 (“Strane storie”). C’è in ogni caso un messaggio molto amaro, e anche un pò pessimista, legato alla condizione giovanile e soprattutto al lavoro precario. I giovani che lo leggeranno, meditino, e le persone più mature pensino ai ‘mostri’ che la società moderna sta creando
Precario che scoppia realmente ( si auto-immola ?) per liberare la possibilità, per sé e i suoi compagni di sorte, di riavere un cielo azzurro e lo spazio per l’anima di pensare un altro mondo? Bello, originale
Ci fa stare nell’attuale con un misto di neorealismo e surrealismo, risultandone una interessantissima sintesi sperimentale in cui – stretti nella pesante gabbia del presente – rimangono spazi per un forte anelito di speranza e di cambiamento.
Il lettore è condotto dall’autore dalla ragione neorealistica all’umanesimo dell’uomo sociale, fino al romanticismo del cuore.
D’altra parte Pascal ha pure detto “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non può comprendere”.
acuto,mi è piaciuto davvero molto
Bello! certo pero’ Pascal diceva pure “Gli uomini sono così necessariamente pazzi che il non esser pazzo equivarrebbe a esser soggetto a un altro genere di pazzia”…chissà che voleva dire…
bello, originale ma soprattutto attuale!!!
bello
Verissimo. Spingere, spingere, spingere! Ecco cosa fare.
Speriamo che le parole di questo racconto siano “infettive” come la strana malattia di Godardi.