H2O
Magnetico. È magnetico, penso guardando in basso verso la chiusa. Con un naviglio stracolmo che ruggisce lì sotto e un’ora talmente tarda che acqua o asfalto fa lo stesso. Le chiuse e l’acqua che scroscia, roboante. Con quegli schizzi talmente alti che ti arrivano negli occhi. Seduta sul muretto, con i pantaloni risvoltati sotto al ginocchio e le gambe sulla pietra. Senza un brivido, senza sentire il freddo del granito, la pietra calda per tutto il sole del giorno. Queste cose solide che se stanno al sole assorbono calore e poi lo rilasciano lentamente. Anche l’acqua certo, ma solo se stagnante.
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Binic
- C’era il sole oggi, lo sai? Quel sole che sembra quasi come il nostro sole, anche se poi non è proprio uguale. Non è che scalda.
E poi c’era il mare, e anche quello era un mare diverso, con l’acqua che voleva scappare. La mattina era là, e io stavo sul molo e camminavo e poi mi fermavo. Mi sono inginocchiato per toccare con la mano quell’acqua, che era blu, come la nostra, ma in realtà l’acqua era scomparsa. Pensavo ci fosse, e invece quella non c’era più. Se n’era andata.
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Tutti insieme in paradiso
Era il 6 dicembre del 2011 quando Pietro Godardi, brillantemente laureato in Economia e Commercio e stagista da sette mesi, si risolse a esplodere. A beneficio del lettore è necessario chiarire che qui non si sta parlando di un’esplosione metaforica; al contrario il ragazzo scoppiò materialmente, pur senza alcun rumore di sorta. Immediatamente la notizia si sparse sul web e poi in televisione, sui telegiornali e i talk-show. Gli amici del ragazzo si dichiararono spiazzati dall’evento. I genitori preferirono non essere intervistati. Studiosi illustri accorsero dalle zone più remote del mondo per cercare di interpretare l’inquietante fenomeno. Un noto conduttore televisivo, per cercare di comprendere la dinamica dell’esplosione, fece costruire un plastico da mostrare ai telespettatori; alcuni giornalisti, per conto della stessa trasmissione, intervistarono lo psicoanalista che aveva in cura il ragazzo. Questi era uomo posato, dalla corporatura esile e un velo di barba sul volto.
– Io potrei sapere di cosa si tratta – disse. – Ma il segreto professionale mi impone al silenzio. Così parlò.
In quei giorni qualcuno si introdusse furtivamente nel suo studio, trovò le trascrizioni delle sedute che avvenivano con il ragazzo e le inviò per posta ai principali quotidiani italiani. Furono immediatamente pubblicate.
Di seguito si riporta un passaggio significativo.
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Follelfo va in Veneto
Agosto ancora una volta sta per tirare le cuoia e, con lui, giungono al termine anche le giornate di sole, sabbia e acqua più o meno inquinata. Le saracinesche si rialzano in città e dai piccoli bar incuneati in metropolitana si riesce a sentire l’odore del caffè. Studio Aperto gracchia di chilometriche code alla barriera di Agrate, dispensando i soliti preziosi consigli per combattere l’afa torrida della pianura padana – Anziani, non uscite di casa nelle ore più calde; bevete molta acqua; cibi freschi, orsù. Insomma, è un’estate alla fine come tutte le altre (sebbene condita da saltuarie eppur costanti notizie di catastrofi borsistico-finanziarie). E anche quest’anno Follelfo inaugura la stagione novella nel suo più che consueto spirito vagabondo.
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Riflessi
Il due gennaio, mattina, esco a buttar via la spazzatura. È una bella giornata di sole, calda – se non si sta all’ombra. Lei dice addirittura che sembra una giornata di primavera. Esco di casa presto, sulle dieci. Non è presto in senso assoluto, ma per chi come me deve rimettersi dall’insonnia forzata del cenone d’ubriacatura con gli amici svegliarsi alle nove è drammatico.
Getto il sacchetto pieno e vedo qualcosa luccicare sotto l’altalena del giardinetto, lì vicino ai cassonetti. Mi avvicino e vedo che è una pozzanghera, esattamente sotto uno dei sedili dell’altalena: una pozzanghera ghiacciata.
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Etichette: Matteo Scandolin
Fuorigioco
Il libero era il ruolo cardine, spesso la figura chiave su cui si fondava la solidità di ogni squadra. E la mia non faceva eccezione. Il nostro libero era Pierino: baricentro basso, velocità di gambe e tempi di reazioni fulminei. Del senso della posizione poi non ne parliamo. Pierino era nato libero, era come un’etichetta marcata a fuoco sulla sua pelle. Cioè, per dire, a me l’allenatore mi diceva oggi giochi a destra, stai alto e tieni su la squadra, oggi stai al centro, davanti alla difesa, oppure dietro le punte se Maghetto aveva fatto le ore piccole la sera prima della partita. Tanto ovunque giocassi facevo il mio dovere, niente di più. Ma Pierino. Pierino era il libero e se lo mettevi a fare qualcos’altro sarebbe andato in crisi mistica. E quando lo vedevi gestire la difesa con quel suo piglio discreto era pura poesia calcistica. Saliiiiiii! gridava pacato con la voce impastata di sigarette gitane, e noi salivamo come scolaretti impazziti.
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Etichette: Roberto Lapia
Habemus numero tre
Siamo riusciti nell’ingrato compito di stupire persino noi stessi. Dopo giorni convulsi e notti insonni, abbiamo infatti concluso e stampato l’imperdibile numero tre che, come preannunciato, è stato presentato sabato in assoluta e piuttosto assolata anteprima. Tutto questo è avvenuto a Bologna, in occasione del B.I.R.R.A.; qualcuno ha quindi già potuto adocchiare, sfogliare e pure portarsi via le nostre nuove freschissime copie.
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Follelfo va a zonzo
Infaticabili lettori, Maggio è un mese d’impegno e Follelfo non vuole certo sottrarsi alle proprie responsabilità. È per questo che siamo lieti di annunciarvi le nostre prossime fatiche.
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Etichette: b.i.r.r.a.
Cadaveri squisiti
Accovacciato sul bordo del marciapiede sorseggiava il vino rosso del discount, ventisei centesimi al litro. Rosso era il nome, non il colore, in realtà poco più che rosato. A differenza del cappello, di un bel rosso acceso. Glielo aveva messo davanti la signora, il giorno prima. Una cliente abituale e taciturna. Glielo aveva sventolato davanti esortandolo in malo modo a prenderlo, precisando che non gli avrebbe dato altro. Lui aveva a lungo scrutato gli occhi chiari dell’anziana donna, prima di allungare una mano e prendere il cappello. Lana. Lana vera, non un prodotto chimico derivato dal petrolio. Pelo di pecora cardato e tessuto. E poi, certo, dipinto di rosso con colori chimici. Cento per cento lana.
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Etichette: Antonio Senatore
Una brava
Sto cercando una puttana, una brava. Ma non nere, come queste. Queste son tutte nere, a me serve una bianca. E brava. Bianca sì, ma brava pure. Magari italiana. Anzi, non magari, sicuramente italiana. Giorgia infatti è italiana. Anzi, dovrebbe avere anche il suo accento. E parlare con la zeppola. Appena appena. Ma queste porco giuda sono tutte africane. Tiro giù il finestrino.
«Ma scusate, le bianche dove sono?»
Mi mandano affanculo. Una batte sulla macchina, un’altra dà un calcio alla ruota. Riparto.
Non dev’essere troppo grassa, né troppo magra. Tette medie. Medio-grandi, anzi. Labbra strette, occhi da rana, azzurri. Ma la faccia non importa. Gli occhi, solo. Le mani. Mani lunghe, senza unghie. Mangiate.
Solo che stanotte piove, e io non sono mai andato a puttane. Non so dove cercare. Vado a caso, per le periferie dei paesi più grandi, ma non c’è nessuno, in giro. Dovrei andare a Torino. Chiedere a qualcuno. Sapranno dirmi, a Torino, dai. Vado.
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Etichette: Simone Torino
C.D.L.
Me ne sto a leggere gli Urania con la tapparella abbassata, il ventilatore che ronza e un piede che ciondola su decine di Ratman, sparsi sul pavimento a mo’ di scendiletto. Con la bic nel taschino e la brocca di thé alla pesca, in uno di quei pomeriggi afosissimi che sudi solo ad aprire l’anta del frigorifero. Accaldata e indolente, fingo indifferenza ma in realtà ho le orecchie tese come quelle di un gatto: aspetto che il cheeseburger a forma di telefono mi dia un segno. Aspetto di avere la cornetta appiccicata all’orecchio mentre tu mi domandi che fine ha fatto il bambino triste della Kinder. Aspetto di poterti rispondere che sì, il mio film preferito è proprio ET. Poi il telefono suona davvero e dopo un paio di squilli rispondo e ci mettiamo d’accordo che fare i giovani è la soluzione più semplice: aperitivo sia.
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Etichette: Alice Provenghi
Castelli
Margherita mi osservava in silenzio. Mai, in tutti i mesi che avevamo passato nella stessa casa, le avevo estorto una sola opinione su Zeno. Parlava di qualsiasi altra cosa e sembrava che per lei non fosse mai entrato nella mia vita. Io sapevo che non era così, avvertivo la disapprovazione di Margherita su ogni centimetro del mio corpo. La avvertivo ogni volta che mi chiudevo la porta alle spalle la mattina dopo aver dormito insieme, con le occhiaie e il trucco colato che non mi era neanche venuto in mente di lavare via. La avvertivo quando passavo in corridoio, e mentre cenavamo nella cucina di fortuna allestita tra le due camere. Una vecchia cucina presa dalla casa di mio nonno, che infrangeva con la sua sola ingombrante presenza metallica qualsiasi norma di sicurezza. Sotto la pressione di quegli sguardi avevo cominciato a mentire, nutrivo una morbosa necessità di tenere Zeno nascosto, come se la sua intera esistenza rischiasse di consumarsi. Ci vedevamo sempre fuori, oppure da lui, nascondevo i regali che mi faceva anche se Margherita non entrava mai nella mia stanza.
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Miglioramento
I giorni si accatastavano come le foglie dei giardini di Piazza Vetra. Affacciandoci dal balcone vedevamo gli alberi ogni mattina più spogli, finché non aveva cominciato a nevicare. Dormivamo su un grande materasso poggiato sul pavimento, la coperta di un colore diverso dalla sopra-coperta, di un colore diverso dal lenzuolo, di un colore diverso dai cuscini, diversi tra di loro. Era un letto bellissimo. Guardavo la neve turbinare fuori dalla finestra a fiocchi grossi, ancora stesa contro il fianco tiepido di Martino. Il suo braccio destro schiacciato contro il mio collo mi affaticava il respiro, ma non lo spostavo e ne sopportavo stoicamente il peso. Al di là del muro sentivo la televisione accesa della vecchia Lidia, che aveva più di ottant’anni e da cinque era diventata sorda. La nenia di notiziari e pubblicità si protraeva fino all’alba, superato il fastidio dei primi tempi era diventata quasi una necessità e quando passavo la notte da un’altra parte faticavo ad addormentarmi.
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René
Il bus navetta che collega l’aeroporto Charles de Gaulle al centro è scomodo e rumorosamente buio. Emme vorrebbe distendere le gambe per sgranchire i muscoli anchilosati e togliersi le scarpe, sente i piedi gonfi e stretti dentro il cuoio nero griffato, ma non riesce neppure ad appoggiare le ginocchia allo schienale del sedile di fronte, tanto il loculo a lui destinato è stretto e inospitale, quindi cerca di non pensare e guarda fuori dal finestrino. Vede bianchi palazzi di periferia immersi nella notte e pensa che questa non è Parigi, ma Milano, Londra o New York, ché appena fuori dal centro tutte le città sono uguali e riesci a vedere soltanto palazzoni alti e stinti, macchine e cassonetti e sporcizia. Vede scorrere al di là del vetro le luci giallastre dei lampioni e le vede rincorrersi, illuminando a sprazzi le strade a tripla corsia, e si sorprende a ringraziare la straziante monotonia dei sobborghi dove nessuno è di casa e quindi è casa per tutti.
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Etichette: michele turazzi
Ad una rappresentazione
Quando la folla chiassosa ti accoglie e spintona mentre cerchi faticosamente di farti largo per raggiungere i posti che sono inevitabilmente quelli centrali della fila più bastarda da raggiungere, e una persona che vagamente conosci ti trattiene per salutarti quel tanto che basta per suggerire alla sala il momento migliore per spegnersi, costringendoti a insulti ed inciampi, beh, forse ti potrebbe venir da pensare che qualche stupida idea potresti anche lasciarla agonizzare in gola. Raggiunta la sedia, incespicando tra i tuoi imbarazzi ed i cordiali inviti a fotterti, è il momento di concentrarsi, dedicarsi alla scena; mentre Erri sale sul palco ti arrotoli con cautela le maniche della camicia, in modo da ottenere dei risvolti talmente impeccabili che la situazione renda merito all’eleganza del caso anche al buio.
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Etichette: gianluca senis



